L’Età Dell’Innocenza – Edith Wharton

Il sapore delle cose cui era abituato aveva il sapore della cenere, e c’erano momenti durante i quali sentiva come se lo seppellissero vivo dentro il suo futuro.

L’Età dell’Innocenza è la fotografia ingiallita di una New York ovattata e spazzata via dall’irrompere della modernità. Una società conservatrice, rassicurata nelle antiche e perpetrate abitudini, in cui le antiche regole della decenza guidano gli apatici destini dei personaggi. Un mondo placido e sornacchioso, circoscritto nello spazio e nelle relazioni di una città che appare come un villaggio e la cui quotidianità è scandita dalla ripetitività di convenevoli che si avvalorano nell’abitudine e nell’assoluta esclusione dell’imprevisto.

Ma cosa succede quando la sicurezza, dettata dalla conformità alla disciplina e ai valori universalmente condivisi dal mondo che ti circonda, e in cui tu credi fervidamente, viene scardinata con la medesima imprevedibilità e dirompenza di un fulmine, che squarcia il cielo in una placida notte estiva? E questo lampo improvviso, cosa rivela allo sguardo e al cuore? E’ quello che succede a Newland Archer, giovane pacato avvocato adeguatamente conformato e intonato alla disciplina ristretta della sua società come i seriosi mobili di Eastlake accuratamente intonati alla carta da parati scura della sua amata biblioteca di casa.

Un matrimonio già deciso in arrivo, il suo, con la giovane ed educata May, anche lei soprammobile adeguatamente intonato alla tappezzeria; incastonata nel ruolo di moglie accomodante e silente custode di tutte le vecchie tradizioni e convinzioni. E proprio il matrimonio, sigillo di fedeltà alla tradizione, garanzia definitiva e irrevocabile di un sistema di valori legati all’apparenza, rischia di essere messo in discussione.

Ellen Olenska, cugina di May, è il nome di quel fulmine che sradica come un uragano tutto il mondo artefatto di Archer. In una realtà in cui il matrimonio era un dovere che nulla aveva a che fare con l’amore, gli occhi del protagonista si spalancano come risvegliato bruscamente da un lungo sonno, per osservare le macerie di un mondo di cartapesta sgretolatosi fra le sue mani. Proprio Ellen incarna lo strappo alle regole: con il suo comportamento impulsivo, la trasparenza e la spontaneità dei suoi sentimenti.

Il libro racconta il percorso interiore di un Archer per cui:

conformarsi alla disciplina di una società ristretta era diventato quasi una seconda pelle. Lo ripugnava fare qualcosa di melodrammatico e appariscente, qualcosa che il signor van der Lyden avrebbe deprecato e il palco del circolo giudicato come pessime maniere. Ma di colpo era diventato inconsapevole del palco, del signor van der Lyden, di tutto quello che per così tanto tempo lo aveva racchiuso nel caldo rifugio dell’abitudine.

Di qui i suoi tentativi di sposare Ellen, tentativi puntualmente schiacciati dall’inesorabilità di un destino già sancito dalle convenzioni sociali. Non potrà fare altro che soccombere al senso del dovere, accettando il matrimonio con una donna che non ama:

Sapeva di aver perso qualcosa: il fiore della vita. Quando pensava a Ellen Olenska, lo faceva in astratto, serenamente, come si può pensare a un amore immaginario in un libro o in un quadro: era diventata la visione composita di tutto quel che aveva perduto.

Verso la risoluzione della trama, nelle parole di un Archer ormai invecchiato e immerso nei rimpianti soffocati di una vita inespressa, echeggia la voce dell’autrice che, pur sottolineando con analisi critica e ironica l’apparente assurdità e frivolezza di quel mondo, il mondo di quando era bambina, gli rivolge tuttavia uno sguardo tenero, come verso il ricordo di un’infanzia persa nel tempo che si sa, non potrà più tornare:

Quando si guardava attorno, rendeva onore al proprio passato, e lo rimpiangeva. Dopo tutto nelle vecchie usanze c’era del buono.

Arrivata all’ultima pagina sentivo che il cuore mi batteva dall’emozione…quando succede questo significa che abbiamo a che fare con una storia solida che è riuscita a coinvolgerci a tal punto da farci provare le emozioni del protagonista stesso.

🖤

Titolo: L’Età Dell’Innocenza
Autore: Edith Wharton
Traduttore: Sara Antonelli
Casa Editrice: Feltrinelli
Anno di edizione: 2017
Genere: Narrativa Classica
Pagine: 378 p.
Voto: 4,5/5

Edith Newbold Jones Wharton (New York, 24 gennaio 1862 – Saint-Brice-sous-Forêt, 11 agosto 1937) è stata una scrittrice e poetessa statunitense. Di famiglia ricchissima, nel 1885 sposa il banchiere Edward Wharton. Dopo la separazione dal marito si trasferisce in Francia, dove stringe amicizia con i maggiori scrittori e intellettuali del tempo, come Henry James, Sinclair Lewis, Jean Cocteau e André Gide. Nel 1902 pubblica il suo primo romanzo The Valley of Decision, cui seguono nel 1905 La casa della gioia, nel 1911 Ethan Frome e nel 1920 L’età dell’innocenza, le sue grandi opere. Fu la prima donna a vincere il premio Pulitzer per il romanzo L’età dell’innocenza (The Age of innocence) nel 1921. Muore in Francia nel 1937.

Mangia Prega Ama – Elizabeth Gilbert

Ognuno di noi ha il diritto di non smettere di cercare finché non arriverà il più vicino possibile alla fonte della meraviglia.

Trent’anni. Una bella casa a New York, un marito, un’affermata carriera tra le mani, tanti amici. Trent’anni e trovarsi, una notte, a piangere ininterrottamente sul pavimento del bagno senza sapere il perché. Improvvisamente rendersi conto di vivere una vita che non ci appartiene; di fingere di essere una persona che nel nostro profondo non esiste ma che ci è stata messa addosso come un abito troppo stretto o un cappotto troppo grande, a cui bene o male ci siamo adattati portandoceli in giro per le strade dei nostri anni.

Una storia autobiografica che ci accompagna nell’intimo viaggio della scrittrice attraverso la propria liberazione esistenziale. Accettare di perdere qualcosa, tutto, mettendo in discussione le proprie certezze e comodità. Accettare di passare attraverso il proprio dolore e quello indirettamente causato a chi ci vuole bene come prezzo altissimo per il biglietto di un viaggio alla ricerca della propria autenticità:

Ho passato così tanto tempo, negli ultimi anni, a domandarmi che cosa dovevo essere. una moglie? Una madre? Un’amante? Una zitella? Un’italiana? Una golosa? Una viaggiatrice? Un’artista? Una yogi? Adesso so di non essere nessuna di queste cose, almeno non completamente. E non sono neanche la Zia Liz la Pazza. Sono solo un’antevasin – né questo né quello- una cercatrice sul confine sempre in movimento della magnifica, temibile foresta del nuovo.

Mangia, prega, ama è un mantra che prende vita nel viaggio dell’autrice attraverso tre paesi: Italia, India, Indonesia. È una cura del corpo e dello spirito per liberarsi dall’obbligo di fingere di essere un’altra. Riscoprire il rapporto con il proprio corpo, nutrirlo, godere delle gioie della vita; guardare in faccia le proprie paure e accoglierle; riscoprire in se stessi il desiderio di amare e di essere amati.

Un libro che tratta della difficoltà della donna moderna di dover fare i conti con i diversi ruoli che è chiamata a ricoprire: donna, moglie, madre, lavoratrice. Non sempre questo schema, comunemente accettato e perseguito è la cosa migliore per tutti. È un attimo riscoprirsi a vivere una vita che non sentiamo nostra, svegliarci nel sogno di qualcun altro perché il cammino da realizzare è già tracciato. È un attimo non accorgersene, non almeno finché ci si ritrova sul pavimento del proprio bagno a piangere con la complicità della notte. Una storia che invita a riflettere sulle possibilità di realizzazione del nostro essere, sul fatto che non sia necessariamente tutto già stabilito ma che sia possibile realizzare la propria felicità anche se ciò comporta, come Amleto ci insegna: “imbracciare le armi contro un oceano di difficoltà” e affrontare così i propri demoni.

La felicità è universalmente considerata un colpo di fortuna, qualcosa che può arrivare dall’alto come una bella giornata di sole. Ma il suo vero meccanismo è un altro. La felicità è il risultato di uno sforzo individuale. Si combatte per ottenerla, si lotta per lei, la si difende. E quando la si è raggiunta non si deve mai perdere la volontà di mantenerla, si deve compiere un potente sforzo per continuare a nuotare sulla cresta della sua onda.

Quando tocchiamo il fondo, proprio in questo momento, stiamo già cominciando la risalita.

Buon mantra a tutti!! 🙂

🖤

Titolo: Mangia Prega Ama
Autore: Elizabeth Gilbert
Traduttore: Margherita Crepax
Casa Editrice: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
Anno di edizione: 2013
Genere: Narrativa moderna e contemporanea
Pagine: 376
Voto: 4/5

Elizabeth Gilbert: laureata alla New York University in scienze politiche è giornalista e autrice di racconti, romanzi e biografie. La sorella, Catherine Gilbert Murdock, è anch’essa scrittrice. Dopo il successo internazionale di Mangia prega ama – bestseller da milioni di copie – nel 2008 è stata inserita da “Time Magazine” nella classifica delle 100 persone più influenti al mondo. Rizzoli ha pubblicato anche Giuro che non mi sposo (2011), Il cuore di tutte le cose (2014) e Big Magic (2015), La città delle ragazze (2019).

In Tasca La Paura di Volare – Lorenzo Foltran [Collaborazione]

Quando lo scrittore e poeta Lorenzo Foltran mi ha proposto di recensire il suo libro, ho deciso anch’io di fare le valigie e partire alla scoperta del suo universo poetico. Eccomi immediatamente catapultata nelle atmosfere petrarchesche, nei chiari di luna leopardiani sorprendentemente vissuti nella contemporaneità delle situazioni e della condizione esistenziale del poeta. Un contrasto originale e ironico che non può non sorprendere il lettore. In tasca la paura di volare è una raccolta di 67 poesie divise in tre sezioni: Donne sparseI lampioni e nessun altro e In tasca la paura di volare

Donne sparse è la fugacità delle esperienze amorose del poeta. Volti di donne che affiorano tra immaginazione e realtà; è l’amore pensato e tuttavia intensamente vissuto: “ninfe, dee, sirene, che seppur non muse, ispirano il volere” . Donne che conducono il poeta in un viaggio solitario attraverso il suo desiderio d’amore sempre sfuggente:

È in questa falsa cecità che cerco

ciò che ho sempre perduto,

l’ultimo appiglio a quella tua figura

da passato recente

che non conosco più se non distante.

E non trovo nient’altro.

Sconforto: quello che mi è stato tolto

è rubato anche in sogno.

I Lampioni e nessun altro è l’incontro mancato, il desiderio espresso troppo tardi; è “l’amore di lontano”, è “l’assenza di una voce”. Versi in cui echeggia la solitudine dei passi del poeta, con la sola pallida luce dei lampioni ad accompagnarli. Emerge lo sguardo disilluso sul reale che circonda l’autore: “quello che resta sopravvive a stento” e più intensamente emerge il senso della mancanza.

In tasca la paura di volare è ciò che rimane nonostante l’inesorabilità del tempo che passa, dei ciottoli che rimangono abbandonati sulla spiaggia dall’onda ritratta. Fra treni, binari e valigie, i rischi che comporta la vita: “restare schiacciati nella mischia senza meta della stazione”. Racconta il viaggio emotivo del poeta nella continua tensione tra ciò che sarà e il peso del ricordo: ombre come pensieri si confondono lasciandosi “affondare nella melma dei flutti immensi”. Ciò che rimane sono anche “rovine battute dal vento”, ciò che gli altri non vedono, non possono capire, che solo lo sguardo poetico riesce a raccogliere. Emerge la condizione dell’essere umano, su questo lo sguardo del poeta è come una fredda lama che squarcia il reale: triste è l’esistenza di coloro che sono felici perché non si rendono conto di essere soltanto ombre “dietro il vetro opaco del mondo”, tuttavia triste è la condizione di coloro che, come il poeta, al di là di questo schermo, sono consapevoli del proprio destino di esseri umani: “siamo tanti e siamo soli”.

🖤 VUOI SAPERNE DI PIÙ? LEGGI LA MIA INTERVISTA ALL’AUTORE 🖤

Titolo: Lorenzo Foltran
Autore: Oèdipus Edizioni
Traduttore: Poesia 
Casa Editrice:
Anno di edizione: 2018
Genere: Poesia
Pagine: 96
Voto: 3,5/5