Intervista a Lorenzo Foltran autore del libro “In Tasca La Paura di Volare”, Oèdipus Edizioni, 2018

In un mondo come quello di oggi, frenetico, dominato dal digitale e dai social, c’è ancora spazio per la poesia?

Non mi stancherò mai di ripetere che oggi esistono almeno tre validi motivi per leggere poesia:

. La brevità della poesia comporta un tempo di lettura ideale per il lettore contemporaneo che ha sempre meno tempo da dedicare ai libri.

. Tale brevità è perfetta per la condivisione sui social.

. A chi pensa che la poesia sia un genere di difficile comprensione rispondo: una poesia può comunicare prima ancora di essere capita.

Quindi, sì, c’è ancora spazio per la poesia. Proprio grazie ai social media è più facile arrivare ai lettori, basti pensare al successo di alcuni, cosiddetti, “instapoeti”. Il problema, però, è riuscire a trasformare il “mi piace” in acquisto del libro ed evitare di diventare unicamente un “brand”, una faccia da mostrare in video su Youtube o nelle storie di Instagram. Altra questione è la qualità dei testi: trovo che quasi la totalità delle poesie pubblicate in rete si limiti a formule a effetto pensate e scritte per fare breccia nei cuori dei non-lettori o in quelli dei lettori sprovveduti. Sono frasi sdolcinate o pseudoromantiche, non poesia.

Com’è nata l’idea di questa raccolta di poesie?

La silloge è l’evoluzione di altre due raccolte, “La ragazza luna” e “L’una la musa dell’altro”, rimaste, fortunatamente, inedite in quanto entrambe contraddistinte da una scrittura adolescenziale. Erano una sorta di canzoniere amoroso con molta ispirazione ma poca sostanza. Infatti, il piano autobiografico su cui si basavano i testi non mi permetteva di dare un significato culturale, universale oltre che privato, alla mia poesia. Attraverso un lungo e accurato lavoro di rifinitura, anche su testi che ritenevo intoccabili, ho rivoluzionato la struttura della raccolta ed è nata In tasca la paura di volare.

Ciò che da subito mi ha colpito della tua poetica è un più che evidente richiamo alla poesia petrarchesca e ai suoi stilemi, ma il tutto direi “vissuto” nella contemporaneità, riportato ai giorni nostri per quanto riguarda anche i contenuti. Un contrasto interessante quanto ardito a mio avviso. Vuoi spiegarci nel dettaglio questa scelta?

Oltre agli stilemi petrarcheschi, non bisogna dimenticare che vi è molto anche della poesia provenzale. Sono stati i poeti provenzali a inventare il concetto di cortesia che si basa sul riconoscimento del valore della donna per lo sviluppo morale dell’uomo. La poesia provenzale ci ha donato un prezioso patrimonio letterario e anche una profonda eredità spirituale. Ma oggi chi conosce o ha letto le poesie di poeti come Jaufré Rudel o Raimbaut d’Aurenga? Rinnovare e attualizzare tale concetto permette di riproporlo e renderne più facile la fruizione ai lettori di oggi. Tuttavia questa componente cortese/petrarchesca caratterizza unicamente la prima sezione della raccolta. I lettori sono affascinati dalla prefazione di Dario Pisano, ma non prendono in considerazione una parte della sua, corretta, interpretazione: l’aspetto ironico. Dario scrive: “La sua musa abita le rive dell’antica tradizione poetica italiana, e riscrive, con una dose di umorismo e ironia, celebri pagine della tradizione stilnovistica e petrarchesca”. Tutto ciò presuppone una presa di distanza dalla poesia d’amore tradizionale. Come Orfeo con Euridice, il poeta può tenere per mano la sua musa, ma non può voltarsi per guardarla se non vuole perderla (o perdersi nel suo sguardo). In In tasca la paura di volare il poeta si è voltato alla ricerca della sua musa, perdendola per sempre. Da questo deriva il fallimento del rapporto io-tu, del binomio poeta-musa tipico della lirica d’amore.

In Tasca La Paura Di Volare è una delle poesie contenute in questo libro e che dà il titolo alla raccolta. Qual è il significato di questa espressione e perché hai scelto proprio questa poesia come rappresentativa della raccolta?

È un titolo evocativo, un endecasillabo che suona davvero bene. Si tratta di un verso della poesia che chiude il libro. L’ho scelto perché penso riassuma perfettamente l’atmosfera della raccolta e ciò che resta del viaggio effettuato lungo le tre sezioni. Quella paura è l’unico biglietto di cui disponiamo verso il futuro, ed è di sola andata.

Cosa significa per te scrivere poesie? Che rapporto hai con la tua opera?

La poesia è un bisogno, qualcosa che nasce spontaneamente. Come diceva il poeta Dario Bellezza, andare a fare la spesa, mangiare, scrivere una poesia sono la stessa cosa, se uno è un vero poeta, poi se uno deve fare uno sforzo per esserlo è inutile che lo fa. Poi, ovviamente, a questa prima fase più creativa deve seguire un continuo lavoro di lima. Per questo ho un rapporto difficile con la mia opera, come penso lo sia per tutti i poeti. Dopo aver lavorato mesi, o anni, sulla stessa raccolta è necessario abbandonarla, addirittura smetterla di rileggerla. Questo perché il poeta che si migliora vi troverà sempre dei difetti: una poesia non finisce mai, è un testo in continua evoluzione, ma bisogna avere il coraggio di allontanarsene altrimenti si corre il rischio di restare bloccati. Se oggi potessi intervenire su In tasca la paura di volare modificherei non poche cose.

Progetti per il futuro. Hai qualche anticipazione?

Mi trovo in una fase straordinariamente creativa. Ho da poco ordinato e corretto quella che sarà la mia seconda raccolta. L’obiettivo è di pubblicare con un editore più grande e importante. In attesa delle risposte delle case editrici alle quali ho inviato il manoscritto, mi sto concentrando sulle pubblicazioni in rivista e sulla traduzione in francese delle mie poesie. Una mia poesia è stata da poco pubblicata sulla rivista letteraria “Méninge” e altri miei testi saranno presto pubblicati sulle riviste “Meteor” e “Filigranes”. Infine, ho cominciato a dedicarmi anche alla prosa, infatti sono al lavoro sul mio primo romanzo in cui la poesia avrà un ruolo fondamentale. 

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