Intervista a Valentina Bardi, autrice di “Ventiquattro”, Società Editrice Il Ponte Vecchio, 2019

Diplomata in sassofono presso il Conservatorio “Bruno Maderna” di Cesena, ti sei laureata in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università degli studi di Bologna. Cosa ti ha spinto a scrivere un libro?

Ho sempre avuto un gran bisogno di raccontare ed esprimermi, anche se non so bene quando questa necessità si sia trasformata in scrittura.

È avvenuto per gradi, in maniera del tutto naturale.

Ho cominciato durante gli anni del liceo che per me sono stati una vera e propria “iniziazione” alla vita e da quel momento non mi sono più fermata, scrivendo sempre: prima piccole cose, racconti, brani di diario. E poi… poi sono arrivata a Ventiquattro: la storia più importante che abbia scritto fino ad oggi, nel mio piccolo.

Quali sono le tue influenze letterarie?

Ci sono molte scrittrici e scrittori che amo. Sicuramente hanno lasciato un’impronta indelebile su di me Virginia Woolf e Marguerite Yourcenar, perché mi sono formata leggendo e studiando le loro opere e la loro poetica. Poi c’è stato il tempo della consapevolezza: quel tempo cioè, a prescindere e al di là degli studi, in cui ho “incontrato” autori ed autrici che ho apprezzato e dai quali ho cercato di imparare qualcosa: le figure più importanti a livello prettamente tecnico sono Paolo Rumiz, Mario Rigoni Stern, Vincenzo Cerami ed Elizabeth Strout. Poi ci sono Borges, Saramago, Alice Munro, Murakami… e molti altri.

Che rapporto hai con la scrittura?

La scrittura rappresenta il “luogo” più intimo del mio animo e della mia mente: è un rifugio, quando la vita quotidiana diventa difficile e una risorsa quando spunta un’idea e qualche nuovo personaggio mi viene a trovare. Allora è come se mi sdoppiassi: da una parte ci sono io con la mia vita, le mie giornate, dall’altra loro (i personaggi) con le loro esistenze, le loro storie. Riuscire a tradurre questo mondo immaginario (ma forse dovrei direi “visionario”) in scrittura è per me meraviglioso.

Come è nata l’idea di “Ventiquattro”?

Si è generata in me dopo aver letto “La Cotogna di Istabul” di Paolo Rumiz, un capolavoro a mio parere. Attraverso la lettura di quest’opera ho capito esattamente che cosa volevo fare con la mia scrittura, cioè dare assoluta priorità al ritmo, alla musicalità. Da questa presa di coscienza è spuntata l’idea di Andrea, giornalista inviato di guerra, uomo inquieto e sfuggente che rientra a casa dalla sua famiglia in un momento particolarmente delicato per alcuni dei suoi cari: la figlia Elena, la secondogenita Martina e la moglie Giada.

I temi trattati nel tuo romanzo sono svariati: la relazione di coppia dopo tanti anni di matrimonio; il delicato rapporto tra genitori e figli quando questi diventano adulti; l’amicizia e l’amore nell’età dell’adolescenza; la sofferente elaborazione del lutto. Cosa c’è di autobiografico nelle storie che racconti e quale dei tuoi personaggi ti rispecchia maggiormente?

La storia che racconto comprende svariate generazioni e, proprio come evidenzi tu, diverse tematiche: sono tutte situazioni che ho vissuto direttamente e indirettamente in quanto essere umano.

Ho visto l’evolversi del rapporto dei miei genitori mentre crescevo e ho vissuto la mia piccola storia fino a qui (scuola, famiglia, amori, amicizie, lavoro, dinamiche sociali di ogni sorta) e come una spugna ho attraversato la vita degli altri intorno a me. Non c’è niente di esplicitamente autobiografico, ma per paradosso c’è tutto del mio essere parte di una comunità, perché quello che più mi premeva era provare a mostrare come la vita di ognuno di noi abbia una ripercussione su quella degli altri (e viceversa) se contestualizzata in una comunità di piccole dimensioni (un paese, un villaggio, un quartiere). 

Forse c’è qualcosa di me in tutti i personaggi, ma io mi rivedo molto in Martina. Riconosco nel suo delicato percorso di crescita un po’ quello che è capitato a me durante il liceo.

Nel tuo libro ritroviamo espressioni dialettali. Perché hai scelto di inserire questi elementi?

In parte proprio per mettere in evidenza l’appartenenza ad una realtà circoscritta ed identificabile, anche se, per scelta, il paese in cui sono ambientate le vicende, non ha nome: si evince che siamo in Romagna, ma non sappiamo esattamente dove. Mentre scrivevo, ad un certo punto mi sono resa conto che l’utilizzo di espressioni dialettali e certi regionalismi (come il termine mimino per dire bambino) era indispensabile per dare davvero struttura alla storia. È come se attraverso queste tipologie di linguaggio le vicende riuscissero ad aderire meglio alla terra.

Quale fase nella scrittura di “Ventiquattro” è risultata più faticosa e quale invece ti ha appassionato maggiormente?

La fase più faticosa è stata senza dubbio la revisione. Rileggere, ricontrollare il testo, nei suoi brevi episodi e nella sua interezza, ha occupato un tempo molto lungo e per evitare incoerenze mi sono confrontata con i membri del mio gruppo di lettura che, con grande generosità, mi hanno aiutata e mi hanno dato dei suggerimenti preziosi.

La parte più emozionante invece è stata la prima stesura: il momento in cui avevo tutta la storia in testa e scrivevo immaginando le scene, vedendole con chiarezza di fronte a me e non pensavo a niente, nemmeno a digitare bene le parole, per non perdere l’incanto.

A chi ancora non ha letto il tuo libro: tre motivi per cui consigli di leggerlo. 

Ventiquattro inizialmente sembra la storia di una famiglia particolare in un momento particolare ma, progressivamente, è come se le vicende diventassero così universali da appartenere a tutti e per questo e a gradi diversi, il lettore si può facilmente identificare e riconoscere con qualcuno dei personaggi o può avere la sensazione di rivivere pezzettini della propria storia personale.

È inoltre un romanzo dal ritmo incalzante, con tanti dialoghi, perciò la lettura risulta scorrevole e una volta che lo inizi, per una serie di motivi, vuoi arrivare in fondo.

Infine, malgrado in questa storia ci siano eventi drammatici, è un romanzo di formazione e di rinascita per tutti, perché i personaggi più importanti non si piegano, ma si rialzano e continuano a cercare se stessi e provano a dare un senso al loro esistere.

Ventiquattro” è il tuo romanzo di esordio pubblicato nel 2019. Hai qualche altro lavoro in preparazione per i tuoi lettori?

Sì, sto lavorando da tempo ai miei racconti. Sono in fase di revisione per alcuni e ancora in fase di stesura per altri. Spero di riuscire a proporli al mio editore al più presto.

🖤

Leggi la mia recensione a Ventiquattro di Valentina Bardi

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