Là dove lascio il mio cuore

Non ho mai scritto di questo viaggio, sebbene siano ormai trascorsi diversi anni da quel lontano agosto del 2006 in terra d’Africa. Meglio così, forse. Per elaborare certe emozioni e poterne scrivere serve distanza. Lo stesso Giacomo Leopardi scriveva che per parlare dell’Infinito, serve una certa assenza. Puoi scriverne solamente quando questo non c’è più. L’Infinito. Questo è stata per me l’Africa. Non ne vedi la fine. Del cielo non ne vedi la fine. Della terra rossa, non ne vedi la fine. Lo sguardo e il cuore sono preda di una vertigine oltre l’orizzonte. Un detto africano recita: ” l’Africa non spalanca le porte dei propri granai allo straniero, ma è lo straniero che deve essere degno di scoprirli”.

Non un safari, non un viaggio all’insegna dei resort e delle splendide spiagge di Zanzibar. Il mio è stato un viaggio di conoscenza. Dopo la laurea sono partita alla volta di Tanzania e Kenia, qui nello specifico a Korogocho (la baraccopoli ai margini della città di Nairobi), assieme ad una associazione studentesca conosciuta e attiva nella mia città. A guidare il gruppo di dieci ragazzi c’era un missionario comboniano che chiamerò Padre G. Il motivo per cui la nostra guida fosse una figura religiosa è perché durante questo viaggio ci saremmo appoggiati alle missioni, molto presenti e attive sul territorio, visitando anche ONG. Questo viaggio ha permesso al mio sguardo di accedere a luoghi altrimenti non avvicinabili se non con una guida di questo tipo perché conosciuta nel territorio, rispettata. Per avvicinarsi anche solo un po’ a quei granai bisogna arrischiarsi in luoghi inaccessibili ai normali turisti. Scopo di questo viaggio era di conoscere e osservare una certa realtà africana, incontrando persone e associazioni attive in queste zone per costruirci una nostra opinione critica. Niente case da costruire, né muri né orti da coltivare. Niente di tutto ciò: è necessario conoscere ed osservare prima di intervenire su certe realtà dagli equilibri molto delicati, perché spesso, nonostante le migliori intenzioni, si rischia di creare un danno anziché aiutare.

Ritratti

Bagamoyo in kiswahili significa “il posto dove lascio il mio cuore”. Qui venivano portati gli schiavi provenienti dalle limitrofe zone per essere portati a Zanzibar e venduti oltremare. Si tratta di una città della Tanzania sulla costa dell’Oceano Indiano, fondata alla fine del XVIII secolo su un insediamento molto più antico (VIII secolo), Kaole. Era la capitale dell’Africa orientale tedesca ed era uno dei porti commerciali più importanti lungo la costa dell’Africa orientale lungo l’ovest dell’Oceano Indiano. Spiaggia bianchissima, alte palme e una vegetazione rigogliosa tra cui emergono alcune rovine dell’epoca coloniale, rovine di un passato che ancora fa sentire la sua eco. Dopo una sosta al piccolo mercato di Bagamoyo dove si possono gustare pannocchie arrostite, le patate dolci e altri cibi del luogo, non poteva mancare un tuffo nelle splendide e cristalline acque calde dell’Oceano Indiano. La via del ritorno su una jeep. Davanti a noi il tramonto dai colori infuocati. Lungo la strada miriadi di bancarelle arrangiate alla meno peggio, alcune esili sagome che scorrono veloci. Due bambini mi salutano, mentre la jeep scorre via.

L’antica chiesa costruita dai missionari
La seconda chiesa costruita dai missionari
Museo di Bagamoyo
Bagamoyo – l’Oceano
Antica missione
Croce commemorativa che ricorda il punto in cui nel 1868, padre Antoine Horner dei Padri dello Spirito Santo, giunse sulla terraferma da Zanzibar, per fondare a Bagamoyo la missione più antica della Tanzania. Questa in primo piano invece sono io 🙂
Bagamoyo – spiaggia sull’Oceano Indiano

Il cielo stellato delle notti africane non è come il nostro. Le stelle sembrano così vicine che quasi ti sembra di poterle toccare. Ciò che ricordo con grande emozione di questo viaggio sono le serate trascorse sotto questo cielo assieme ai miei compagni di viaggio e Padre G. Dopo una giornata intensa, fermarsi un momento per parlare, condividere pensieri ed esperienze in queste silenziose notti aveva un qualcosa di magico.

Il mercato del pesce a Dar es Salaam merita assolutamente una tappa e certo non potevo essere da meno. Pesci di qualunque tipo e colore, specie mai viste prima che riempiono i banconi del mercato e…la contrattazione è d’obbligo!

Dar es Salaam – mercato del pesce
Dar es Salaam – aragosta

Dar es Salaam – venditore al mercato del pesce

Trascorsi alcuni giorni nella missione di Morogoro, riprendo il mio viaggio per giungere a Tosamaganga nella regione di Iringa. In questa piccola cittadina sembra di essere ai tempi dei nostri nonni, la vita è molto essenziale e semplice. Una sera, prima dell’ora di cena, ho alzato gli occhi al cielo: vedere splendere la Croce del Sud sopra di me mi ha dato per la prima volta, da quando ero partita, la consapevolezza di essere molto lontana da casa, dalla mia vita. Mi prendo così del tempo per riflettere sulle immagini fotografate dai miei occhi e le esperienze vissute fin qui. In un viaggio itinerante e denso come questo, in cui c’è sempre da scoprire, assorbi, assorbi, ma non hai mai il tempo per meditare su quello che provi. Sono molte le situazioni vissute ogni giorno ed altrettanto profonde le emozioni che ci scatenano.

Morogoro – mercato
Morogoro – mercato
Villaggio Masai – Danza rituale

Ripartiamo alle volte della città di Dodoma, con un viaggio di quattro ore e mezza attraverso l’immensità della Savana. Il viaggio è stato particolarmente stancante ma ho cercato di fotografare con lo sguardo più immagini e paesaggi possibili, con il timore di non coglierne mai abbastanza, timore frequente viaggiando per l’Africa.

Sulla strada per Dodoma – Tanzania
Hotel lungo la strada
La Savana

A Dodoma ci siamo divisi in gruppi, preparandoci ad affrontare in tre il viaggio per il Kenia. Prima di ripartire alla volta di Dar es Salaam per poi mettermi in viaggio per Nairobi assieme a due miei compagni, ho trascorso alcuni giorni ospite di una ONG presente in questa città. L’accoglienza riservataci è stata magnifica, le due signore che si prendono cura dei bambini sono fantastiche e ci hanno accolto a braccia aperte, oltre ad averci fatto scuola di cucina insegnandoci a preparare il loro piatto tipico, il Pilau!! Che esperienza!!

Dodoma – preparazione del Pilau in corso

Giunge così la prova del nove. Destinazione Korogocho, la quarta baraccopoli più popolosa del paese che sorge sulla discarica di Dandora. Father G. la nostra guida, ci aveva anticipato qualche giorno per preparare il nostro arrivo. Ottocento km e 12 ore su un bus per arrivare a Nairobi. Siamo in tre a partire e a raggiungere per primi Father G. Gli altri nostri compagni arriveranno dopo qualche giorno. La scelta di arrivare scaglionati era dettata da motivi di sicurezza da un lato, ed anche per non “invadere” tutto in una volta la già difficile realtà dello slum. Partiamo prima dell’alba, in questo modo saremmo arrivati verso le 20:00 per evitare di viaggiare il meno possibile col buio. Il viaggio tuttavia si dilunga e siamo costretti a viaggiare più ore del previsto senza luce. Gli autisti detestano queste situazioni, perché può davvero essere molto pericoloso viaggiare con un bus carico di persone, oggetti, e alcuni occidentali a bordo…solo tre in questo caso. A poche ore dall’arrivo, in piena notte, alcuni militari a un posto di blocco fanno segno di fermare il pullman. Chiedono i documenti per controllare i passeggeri, la tensione è alta perché non sai mai cosa possa accadere e soprattutto chi possano realmente essere. Fortunatamente non ci sono complicazioni e, nonostante la paura il viaggio riprende. Povero conducente, chissà che panico! Arriviamo in stazione a Nairobi tardissimo, verso mezzanotte. Father G. era venuto a prenderci assieme all’autista della missione. Le indicazioni erano molto chiare: sostare il meno possibile in stazione, non indossare orologi, via macchine fotografiche, cellulari, essere rapidi.

Nairobi è una città frenetica e dai fortissimi contrasti, inesorabile . Subito abbiamo visitato la parte ricca della città, con i suoi ristoranti e alberghi di lusso. Oltrepassata questa zona comincia a mostrarsi il suo volto oscuro ed impietoso.

Da che parte guardi il mondo
Slum dall’alto
Avvoltoi su Korogocho

Alla mattina vedi il flusso di persone, lavoratori che a piedi dalle baraccopoli si dirigono verso la città ricca: chi per lavorare, chi per racimolare qualcosa chi perché non sa dove andare. Lo stesso fiume stanco lo vedi tornare alle sei di sera, direzione Korogocho, piuttosto che Kibera, altro grande slum di Nairobi. Nella disperazione, solitudine e degrado di Korogocho sono molte le cooperative nate grazie all’impegno della missione dei comboniani che, a partire dal lavoro di Alex Zanotelli , si sono negli anni succeduti. Cooperative che cercano di recuperare le vite di uomini e donne, dando loro una dignità, uno scopo, un lavoro, una speranza di riscatto.

Cooperativa di donne che creano cestini fatti a mano – Korogocho
Dettaglio mani

Avevo con me un diario in quei giorni trascorsi in Africa. Tutto ciò che ho scritto mi ha aiutato a rivivere e a scrivere oggi di questo viaggio. Arrivata a Korogocho il mio racconto si interrompe bruscamente. Non una parola scritta. Quanto ho vissuto è stato talmente autentico e profondo, a volte anche scioccante, che ancora oggi non ho trovato le parole per descriverlo. Certe emozioni si possono solo vivere. Aver visitato e vissuto, seppur brevemente, in una baraccopoli, mi ha fatto guardare il mondo al di fuori della bolla di illusioni e prosperità che aveva sempre fatto da filtro. Mi sono resa conto di quanto una terra possa essere allo stesso tempo meravigliosa, con i suoi paesaggi e le persone che incontri ma allo stesso tempo essere incastrata in problematiche sociali la cui origine si perde nel tempo. Ciò che non dimenticherò mai è la profonda volontà di riscatto che puoi leggere negli occhi di alcune persone. Sono felice di aver incontrato questi sguardi.

E lo senti già lì, il mal d’Africa: come l’aereo decolla e si stacca da terra. Da quella meravigliosa terra rossa. Mungu Ibariki Afrika*.

*Le prime parole in Kiswahili dell’inno della Tanzania. Significa “Dio benedica l’Africa”. Me lo insegnò Patrik, uno dei bambini che conobbi nella Ong a Dodoma.

2 pensieri riguardo “Là dove lascio il mio cuore

  1. Grazie di aver condiviso questa tua esperienza di viaggio, così diversa dai classici giri da turista. Ho ascoltato più di una volta Alex Zanotelli e quella immensa baraccopoli mi è entrata nel cuore: vedere le tue foto con le tue descrizioni ed emozioni mi ha commosso e come al solito mi ha spinto a riflettere su questo mondo sempre più nettamente diviso tra ricchi sempre più ricchi e la moltitudine dei poveri che aumenta e diventa sempre più povera…
    Sono contenta di aver scoperto il tuo blog, che mi riprometto di leggere con calma. A presto!

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