Bitter Crop: l’arte di Lady Day

Vi siete mai domandati perché Billie Holiday è considerata la regina del jazz?

Conosciuta anche per la seduzione spesso suscitata dalla sua vita tragica, segnata dalla scimmia della droga e dell’alcol, oltre che da storie d’amore fallimentari, Billie Holiday è considerata tra le più grandi stelle indiscusse del jazz e probabilmente anche oltre questi confini.

Nata a Filadelfia il 7 aprile 1915 (non a Baltimora come scritto nelle sue biografie più datate) Billie Holiday è conosciuta ai più anche per la sua vita tragica segnata da un destino di solitudine. Lo stesso film del 1972 ispirato alla sua autobiografia “Lady Sings The Blues” scritta dal ghost writer William Dufty, seppure abbia avuto il pregio di riportare in auge la cantante, mise in evidenza i lati più tormentati della sua vita, fornendoci un’immagine di Billie Holiday a mio avviso troppo lontana dalla sua arte: Billie Holiday è stata molto più che sofferenza, riformatori, aghi di eroina e amori disperati. La sua voce ha influenzato intere generazioni di cantanti – e musicisti – fino ai giorni nostri, incarnandosi in vera e propria esperienza umana.

In questo articolo voglio riflettere sull’arte di Billie. Vi rimando alle sue biografie per approfondire la storia della sua vita nell’ottica di conoscere il contesto storico-culturale e sociale in cui è cresciuta e comprendere maggiormente da dove potesse scaturire la sua dirompente potenza espressiva, seppure sia impossibile conoscerne fino in fondo l’origine, destinata a rimanere un vero e proprio mistero artistico.

L’ascolto della musica è soggettivo, lo sappiamo bene. Ognuno ha i suoi gusti e le sue “orecchie”. Tuttavia vorrei fornirvi qualche suggerimento su come ascoltare la musica di Lady Day. Per chi si avvicina al jazz, non sempre è facile riuscire a cogliere degli aspetti fondamentali che possono essere decisivi nello scegliere se continuare la scoperta di questo mondo oppure lasciar perdere. Vorrei farvi comprendere quale sia stata la rivoluzione che ha portato nella vocalità jazz: dopo di lei infatti nulla è stato come prima. ⁠

Gunther Shuller, analizzando l’arte solistica di Billie Holiday si chiede prima di tutto che cosa si possa intendere per cantante jazz, quali possano essere i criteri con cui definire una cantante di di questo genere. Il critico e musicista prende in considerazione l’inventiva, lo stile personale, la capacità di sapere improvvisare (anche se non sempre messa in mostra) e l’abilità nel rielaborare il materiale musicale plasmandolo a seconda della propria personalità e sensibilità musicale. Se avete mai ascoltato qualche disco di Billie Holiday penso che troverete ognuna di queste caratteristiche nella sua voce, sebbene lei sia riuscita a trascendere queste categorie incarnando nella sua arte la propria esperienza di vita, facendo della sua voce il suo documento umano.

Ciò che amo fare è ascoltare i dischi dei cantanti nella loro produzione giovanile e poi quelli registrati in età più matura. Questo per coglierne l’evoluzione vocale. Provate a farlo: ascolterete tutta la loro vita. La produzione discografica di Billie Holiday ne è un esempio lampante. Se ascoltate le sue prime incisioni (vi rimando ai box sotto per una bibliografia e alcuni consigli su dischi e documentari) verrete travolti (forse anche sorpresi) dalla sua energia ritmica, dalla vitalità contagiosa e dalla fresca leggerezza del suo timbro da ancia: abbellimenti, impennate, cadute, torsioni con cui infonde realismo alle parole della canzoni. Una voce che ricorda ora il suono del corno inglese, ora piuttosto quello di una tromba sordinata, ora è freddo e in altri momenti ti travolge per profondità e calore. Un timbro dai contrasti chiaro-scuri per mettere in rilievo note, parole, emozioni, esperienze di vita che danzano in un timing che è istinto puro. A partire dagli anni ’40 la sua voce inizia a trasformarsi, risentendo del suo stile di vita autodistruttivo. La voce è viva, è lo strumento più delicato che esista. Cresce e cambia con noi, non solo nel nostro diventare adulti ma risente delle esperienze felici o dolorose che ci segnano nel corpo come nell’animo. La voce parla di noi, dice la verità su chi siamo. Questo avvenne per Billie. Se ascoltate i suoi dischi da questi anni in poi sentirete una voce progressivamente più rauca, dura, disillusa addirittura manieristica nell’uso di quegli abbellimenti che suonavano così freschi in gioventù. La sua voce si abbassa, perde di intonazione, si spezza e diventa ruvida. Anche il suo repertorio si restringe: gli arrangiamenti dei brani vennero abbassati di uno o di due toni. Mantenne tuttavia una profonda carica emotiva.

Billie Holiday ha segnato un momento di profonda innovazione nella vocalità femminile: cosa ha dunque introdotto nel jazz?

Sicuramente l’arte di plasmare e ri-comporre, nel senso più tecnico del termine, la canzone data per cantarne qualcosa di estremamente personale. Questo avveniva attraverso la rielaborazione melodica e ritmica e l’uso di abbellimenti vocali. Aveva un grandissima abilità non solo mnemonica nell’imparare velocemente le canzoni, ma anche nel ri-comporle. Non si limitava esclusivamente ad interpretare la canzone ma, in un’operazione tutt’altro che lasciata all’improvvisazione estemporanea, le sue variazioni sulla partitura erano predeterminate. Lo ha rivelato uno studio comparativo sulle matrici scartate di alcune registrazioni: le versioni tra loro presentano pochissime variazioni. Billie modificava la melodia data in modo estremamente efficace ed espressivo con un approccio prima di tipo strumentale e poi tematico sul testo. Questa rielaborazione del materiale di partenza avveniva da un lato per gusto personale e dall’altro per esigenze vocali. Billie Holiday aveva una limitata estensione vocale che andava dal fa sotto al do centrale al do un’ottava sopra mentre il range in cui si sentiva più a suo agio era dal sol sotto al do centrale al la sopra:

Estensione vocale di Billie Holiday Range in cui si sentiva più a suo agio

Spesso riduceva la melodia ad una nuda essenza, in un’economia e purezza espressiva che può trovare un corrispettivo strumentale nel sax di Lester Young, il “soul mate” di Billie. Billie Holiday riusciva ad andare al di là del materiale dato della canzone fino a forgiarlo, infondendogli qualsiasi stato d’animo. Una canzone triste poteva diventare allegra e viceversa. Per questa sua tendenza a riplasmare ritmo e melodie alcuni impresari di Broadway e case editrici non le lasciarono toccare le loro canzoni, proprio per il timore che venissero modificate rispetto all’originale.

Un’altra caratteristica del suo stile è la quasi totale assenza del vibrato che utilizza di rado solo per ottenere alcuni effetti specifici, retaggio del canto africano che ne è privo.

Ascoltando la voce di Billie Holiday possiamo cogliere alcuni tratti dello stile dei musicisti con cui è cresciuta e che l’hanno influenzata. Una cantante che ascoltò fu Mildred Bailey (1907-1951), la maggior cantante bianca degli anni ’30. Provate ad ascoltare la sua Honeysuckle Rose. Probabilmente ritroverete nella giovane Billie una eco delle sue inflessioni “acidognole”. Sicuramente Billie venne influenzata dalla cantante di blues Bessie Smith, dalla quale apprese lo stile ed alcune tecniche per poi elaborarle in un modo del tutto personale. Ricordiamo che Bessie Smith aveva un’estensione vocale ridotta rispetto a quella di Billie. Sicuramente Lady Day assimilò i suoi “respiri” e quell’economia delle note che veniva controbilanciata dalla varietà ritmica e dalle inflessioni, ciò che poi divenne il suo caratteristico “stirare” le note. Il tono antisentimentale dell’esecuzione, spinto da Billie ancora più allo stremo nel conferire al suo canto questa sorta di distacco dal testo della canzone e per cui la sua espressività diventa ancora più pungente. Sicuramente gli abbellimenti cui ho accennato prima, seppure in Bessie Smith siano tragici, quasi dei lamenti, in Billie diventano agili, briosi e perfino irriverenti. Ciò che differenzia le due cantanti è che la Holiday non era una cantante di blues. Affrontò di rado questo genere seppure il suo canto sia intriso di blues. Se ascoltate la versione di “Fine and Mellow” potrete sentire, seppur rielaborato, il tempo lento, l’assenza di vibrato, l’ambito ristretto, il carico di angoscia, il distacco dalle emozioni che ritroviamo in Bessie. L’esecuzione di Billie della canzone “Strange Fruit” del 1939 ricorda l’opera tarda di Bessie Smith. Incisa dall’etichetta Commodore, dopo essere stata rifiutata dalla casa Brunswick, venne censurata dall’inglese BBC e le stazioni americane furono molto prudenti nel trasmetterla. Scritta in tonalità di Si bemolle minore “Strange Fruit” è una canzone, una poesia, struggente nel suo realismo, contro i linciaggi dei neri perpetrati nel sud degli USA. A partire da questo momento, a parte rare eccezioni, le registrazioni di Billie sono caratterizzate da tempi lenti e depressi. Un esempio è “Gloomy Sunday”.

Ad influenzare lo stile di Billie Holiday fu certamente Louis Armstrong da cui prese sia l’approccio strumentale che alcuni elementi del canto. la libertà improvvisativa, del fraseggiare come uno strumento plasmando le parole alla sua volontà musicale. Billie non interpretava una canzone, la creava in un processo in cui la melodia si piegava ad un impulso creativo prima di tutto strumentale. Billie era una cantante-strumentista, che dava il meglio di sé (e si sente nelle sue registrazioni giovanili) se circondata da grandi solisti con cui dialogare in una dimensione collettiva, non era una solista da concerto. I dischi dagli anni ’40 in poi, con fondali arrangiati, risentono di una minore libertà espressiva e ritmica della Holiday in questo senso. Nello stile canoro prese da Armstrong le inflessioni vocali, l’articolazione del testo, un senso moderno dello swing.

Ci sarebbe ancora moltissimo da scrivere su Billie Holiday e la sua musica, maa ora è tempo di far parlare la sua musica, con la speranza di avervi fornito qualche elemento in più, seppure non esaustivo, con cui accogliere la sua arte:

Aveva vissuto per 44 anni una vita di sfide. 
Combattuto per cantare a modo suo la musica che amava.
Jazz.
La sua linfa vitale.
Il jazz era il suo amante.
Era dentro alle molte canzoni che aveva scritto.
Ispirava la sua incredibile bellezza.
Proteggeva il suo misterioso talento.
Il jazz dava a Billie la forza di volare.
Il 17 luglio del 1959 
il cuore cominciò a cedere.
Poi il fegato.
Poi i reni.
Troppo debole per combattere ancora il dolore
lo spirito di Lady Day
seguì la via della leggenda.

Morì Billie, quattro mesi dopo Lester Young, la sua anima gemella musicale. Si dice che il suo conto in banca ammontasse a settanta centesimi. Ma non tocca a noi giudicare la sua vita, credo sia nostro compito accogliere il suo lascito artistico ineguagliabile, facendo rivivere e risuonare la sua voce nelle corde dalla nostra anima.

🖤

Alcuni suggerimenti :

DISCHI:

The Complete Billie Holiday On Columbia 1933-1944

The Ben Webster/Harry Edison Session, 1957. Sono incluse anche tracce dello stesso periodo, registrate live al Newport Jazz festival.

Lady In Satin, Columbia, 1958. Penultimo album. L’ultimo è Billie Holiday del 1959 uscito appena dopo la sua morte.

LIBRI:

La Signora Canta Il Blues, Billie Holiday, Universale Economica Feltrinelli, 2013.

Lady Day. La vita e i tempi di Billie Holiday, julia Blackburn, Il Saggiatore, 2007.

Il jazz. L’era dello Swing. I grandi solisti, Gunther Schuller, EDT, 2008.

Una canzone per Billie Holiday, Alexis De Veaux, Selene Edizioni, 2004.

Lady Day. La vita e le canzoni di Billie Holiday, Paola Boncompagni, Stampa Alternativa, 1998.

DVD:

Billie Holiday – The ultimate collection

FILMATI:

Symphony In Black – A Rhapsody of Negro Life (1935) | Duke Ellington & Billie Holiday

The Sound Of Jazz (Cbs 1957)

Billie Holiday – Fine And Mellow – The Sound of Jazz

Billie Holiday – “Strange Fruit” Live 1959

Lady sings the blues , 1972 Film con Diana Ross

Billie Holiday – A Sensation, regia Katja Duregger – documentario

Queens of Jazz The Joy and Pain of the Jazz Divas BBC DOC. – documentario

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