DIFENDERSI. Una Filosofia della Violenza – ELSA DORLIN [Collaborazione]

Cosa fa la violenza, giorno dopo giorno, alle nostre vite, ai nostri corpi e ai nostri muscoli? E a questi ultimi, a loro volta, cosa è consentito fare all’interno della violenza e attraverso di essa?

Questa la domanda che sottende all’analisi storico-sociale che Elsa Dorlin elabora ricostruendo una genealogia dell’autodifesa. L’autrice focalizza l’attenzione su quei momenti cruciali che hanno segnato un passaggio alla violenza difensiva e che non possono essere letti attraverso la lente politica e morale della legittimità. Il comune denominatore di tali passaggi alla violenza difensiva risiede nella tutela della vita: l’uso della violenza fisica è concepito come necessità vitale, che si incarna in prassi di resistenza.

Chi ha il diritto di difendersi per il fatto di disporre di un’arma? Chi al contrario è escluso da questo potere?

La storia ci ha messo di fronte a quella linea di confine che ha opposto “corpi degni di difendersi” a coloro che, in quanto disarmati o resi disarmati, rimangono preda della violenza del potere dominante. Durante il periodo schiavista era proibito agli schiavi di trasportare qualsiasi oggetto che potesse fungere da arma offensiva. Questo processo traeva forza dalla condizione propria dell’essere schiavo come colui che non godeva del diritto e del dovere di conservazione di sé: gli schiavi non avevano più vita, avevano solo un valore. In Algeria, nel XIX secolo, lo stato coloniale proibiva le armi agli indigeni, dando ai coloni i diritto di armarsi, quello che l’autrice definisce come il “diritto di uccidere contro soggetti a mani nude”. Elsa Dorlin mette in luce come questo disarmo organizzato dei subordinati a vantaggio di una minoranza con il diritto di possesso e uso impunito delle armi, ponga una questione dell’uso della violenza per la difesa di ogni movimento di liberazione.

Ripercorrere la storia dell’autodifesa significa innanzitutto prendere in considerazione il concetto di “difesa del sé” attraverso due definizioni in antitesi tra loro: quello di legittima difesa e di autodifesa. La prima fa capo ad una tradizione giuridico-politica dominante. Sancisce che un corpo è degno di difendersi e pertanto è legittimato al porto d’armi e all’uso della violenza sotto “il paravento” della legittimità. Nel corso del libro viene messo in luce come una “tecnologia del potere” abbia utilizzato questa logica difensiva per salvaguardare la propria esistenza. La seconda, l’autodifesa, trae origine dal un substrato delle “etiche marziali di sé”, che nel corso della storia hanno attraversato quei movimenti politici per i quali l’uso della violenza per difendersi ha incarnato una necessità di sopravvivenza, divenendo prassi e loro punto di forza:

Edith Garrud promuove l’autodifesa come una tecnica incorporata che ha la vocazione di diventare una “seconda natura” – non è il mezzo per conquistare l’uguaglianza, è un processo continuo di incorporazione, di realizzazione, di uguaglianza.

Elsa Dorlin, nel suo percorso di ricostruzione storica, non attinge agli eventi più eclatanti, bensì mette in evidenza quelle lotte in cui i corpi stessi dei dominati hanno costituito l’essenza della memoria di questa subcultura: i saperi e le tradizioni dell’autodifesa schiava, la prassi dell’autodifesa femminista, le tecniche di combattimento elaborate nell’Europa dell’Est dalle organizzazioni di Ebrei contro i pogrom; e ancora il movimento delle Black Panters e le pattuglie di autodifesa queer negli anni ’70.

L’autrice propone un’analisi fondamentale per interpretare ciò che ancora oggi viene perpetrato, nonostante gli insegnamenti della storia: il rovesciamento del senso dell’attacco e della difesa. La cronaca contemporanea lo dimostra: alcune vite vengono considerate di così poco valore che è possibile linciare un tassista nero (Rodney King), disarmato, sostenendo che fosse aggressivo e minaccioso nel momento in cui cercava di ripararsi dai colpi di manganello e dalle scosse elettriche del teaser degli agenti (più di venti sul luogo dell’arresto), rimasti impuniti.

Difendersi di Elsa Dorlin è un libro di grande levatura e raffinata analisi, che mi ha offerto un’importante occasione di riflessione sulla storia e sulla realtà in cui vivo.

Un’argomentazione densa, che ci porta a comprendere perché

non possiamo chiederlo gentilmente.

🖤

Titolo: DIFENDERSI
Autore: Elsa Dorlin
Traduzione: Annalisa Romani
Casa Editrice: Fandango Libri
Anno di edizione: 2020
Genere: saggio
Pagine: 304
Voto: 5/5

Elsa Dorlin è professoressa di Filosofia all’Università di Parigi VIII. È autrice di La matrice de la race. Généalogie sexuelle et coloniale de la Nation française (La Découverte, 2006, 2009) e Sexe, genre et sexualités. Introduction à la théorie féministe (PUF, 2008). È una delle collaboratrici del lavoro collettivo Vulnerability in Resistance (Duke U.P., 2016).

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