Bassa Marea – Enrico Franceschini [Collaborazione]

Il mare prende, il mare dà.

Un mattino di primavera, durante la sua solita corsa lungo la spiaggia di Borgomarina, Andrea Muratori detto Mura, giornalista in pensione squattrinato, trova sulla riva il corpo di una donna più morta che viva ma che ancora respira. Siamo in Romagna, la West Coast italiana. Tra piadine, Sangiovese e bagnasciuga, un clan di mafiosi calabresi traffica schiave del sesso e immigrati cinesi spacciano erba. In questo contesto fatto di lustri e ombre toccherà a Mura risolvere il mistero che si cela dietro il passato di Sasha, la russa restituita dalle onde. Chi trova un amico trova un tesoro e Mura sa che mai luogo comune fu più veritiero. Non lo lasceranno infatti solo i suoi amici storici, compagni dai tempi del liceo, con cui ha condiviso una vita intera: dai giorni adolescenziali in piena eruzione ormonale, alle partite di basket, alle cene e…alle donne, con annessi gioie e dolori, s’intende. Personaggi irresistibili e pittoreschi, ce n’è per tutti i gusti: il Barone spara balle di turno, il Professore permaloso, l’Ingegnere saputello nonché repubblicano inconfessato. Come i tre moschettieri il loro motto è “uno per tutti e tutti per uno”, che poi non erano quattro? Manca in fatti “l’arterio”: Mura per l’appunto.

Enrico Franceschini con Bassa Marea (Rizzoli, 2019) propone una detective novel davvero coinvolgente. Attraverso una sapiente combinazione tra gusto narrativo e humor, l’autore ci fa immergere in una Romagna “in fiore” ma tinta di noir.

In una trama ben congeniata, una struttura narrativa coerente, nell’uso di un linguaggio scorrevole e fortemente realistico, ritroviamo sicuramente tutta la solidità di un autore con una forte esperienza di scrittura, capace di “mostrare senza dire”.

La caratterizzazione dei personaggi è ben delineata, risultano veritieri nella loro psicologia, nelle loro azioni e nel loro passato. Oltre al mare che, ora placido e sornacchioso ora invece insidioso e irrequieto, si fa attento osservatore delle vicende, Andrea Muratori è il protagonista indiscusso della storia. La voce del narratore ci guida attraverso i suoi pensieri, i suoi desideri e le sue fragilità. Mura ha dedicato la vita alla professione, girovagando per il mondo tra ristoranti stellati e hotel di lusso. Due matrimoni, due divorzi, un figlio e una scopamica, giusto per non avere peli sulla lingua. Tornato nel paesino di villeggiatura dell’infanzia con pochi soldi in tasca, vive in un capanno di pescatori in pace col mondo seppure non manchi qualche rimpianto per una carriera più da mediano che da centravanti:

La verità è che ne aveva vissute troppe di vite, per ricordarle tutte. Troppe città, serate, incontri. Troppo tutto. Se almeno fosse sufficiente tornare al punto di partenza, per riannodare i fili. Non funzionava. Erano sciolti per sempre. Restava solo la filigrana, il contorno, la sensazione di qualcosa che stai per afferrare ma ti scappa. Come in sogno.

Ciò che contraddistingue i suoi amici d’infanzia e infonde loro realismo è l’uso di espressioni dialettali, Il modo in cui scherzano e si prendono in giro, sempre a sdrammatizzare, parlare di donne e “tirarsi dei nomi”. Legati da una profonda amicizia sono consapevoli che nella vita, se non cadranno sempre in piedi, ci sarà quel qualcuno ad attutire il colpo.

Formalmente danno la precedenza “alla figa”, come continuano a ripetere facendo il verso a se stessi, in realtà si consultano preoccupati al più piccolo problema sorto a uno del quartetto. Si vogliono bene come fratelli, evitando rigorosamente di confessarselo.

I comprimari vengono presentati con una loro solidità e ciascuno trova il proprio posto nell’intreccio della storia senza essere trascurato.

Da bolognese e irriducibile frequentatrice della movida romagnola, posso confermare che l’autore ha saputo farmi rivivere non solo le atmosfere della riviera, ma è riuscito a evocare la simpatia e affabilità tipica dei romagnoli, aspetti che hanno contribuito al mio coinvolgimento nella lettura.

I dialoghi sono congeniali all’evoluzione della storia. Franceschini ci guida alla risoluzione del caso legato al ritrovamento della donna misteriosa attraverso una narrazione che si fa sempre più incalzante. Una giusta dose di suspence, colpi di scena e ironia invogliano il lettore a voltare pagina e proseguire nella lettura con interesse. Non mancano i momenti d’azione, ben riusciti e del tutto adeguati alle caratteristiche del protagonista – sessantenne non particolarmente agile, una sorta di antieroe della riviera- in grado tuttavia di tenerci col fiato sospeso.

Un taglio fortemente cinematografico rende coinvolgente la lettura con tanto di colonna sonora: ogni capitolo presenta come sottotitolo una canzone, fino a dare vita ad una vera e propria compilation.

Bassa Marea si è rivelata una lettura estremamente piacevole, divertente, in grado di farmi evadere dalla quotidianità del lockdown. Ho potuto rivivere da casa le atmosfere della Romagna con un tocco del tutto nostrano di mistero e crime.

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Titolo: Bassa Marea
Autore: Enrico Franceschini
Casa Editrice: Rizzoli
Anno di edizione: 2019
Genere: giallo
Pagine: 336
Voto: 4/5

Enrico Franceschini (Bologna 1956) ha girato il mondo come corrispondente estero di un grande quotidiano, pur mantenendo sempre uno stretto legame con una località balneare della riviera romagnola. È autore di saggi e romanzi tra cui L’uomo della Città Vecchia, Vinca il peggiore e Vivere per scrivere.

Hans Mayer e La Bambina Ebrea – Eleonora E. Spezzano[Collaborazione]

Quando si vive in un mondo dove l’odio fa da padrone, c’è sempre bisogno di quello spiraglio di innocenza che apre la porta al lato nascosto di ogni cosa.

Hans Mayer è un ufficiale della Wehrmacht che ogni giorno, nel percorrere la strada dalla sua abitazione alla caserma, cerca di non curarsi degli sguardi sprezzanti che lo circondano a causa della sua divisa. Personaggio schivo e solitario è schiacciato dai sensi di colpa e dalle incertezze che lo portano sempre più a dubitare del suo ruolo di soldato tedesco, strada che ha intrapreso da adolescente perché costretto da un padre autoritario. La città in cui vive, la Varsavia del 1941, è sempre più segnata da rastrellamenti di famiglie ebree e di fronte a tali eventi il peso della divisa diventa per Hans sempre più insostenibile:

Il mondo non esisteva più perché non esistevano più gli uomini che lo abitavano. Perché tutti noi ci sentivamo così, era come se fossimo già morti, eravamo come delle ombre fatte dei ricordi degli uomini, delle donne e dei bambini che eravamo.

Nulla sembra poter cambiare nella sua vita finché, una sera d’inverno, il destino gli offre quella che diventerà la sua unica via di salvezza e ragione di vita. Dopo il lavoro, sulla strada del ritorno, qualcosa attira la sua attenzione. Sul ciglio della strada, sotto una pioggia incessante, nota il lembo di un cappotto e dei boccoli biondi: si tratta di una bambina di circa tre o quattro anni completamente sola. Credendo che si sia persa, decide di offrirle riparo a casa sua per accompagnarla il giorno dopo in caserma alla ricerca della famiglia. Successivamente Hans si rende conto che Marie, così si chiama la piccola, è miracolosamente scampata ad un rastrellamento in cui i genitori e il fratello sono stati arrestati. Combattuto tra la morale e la divisa, Hans decide di non consegnare la bambina ma di salvarla offrendole riparo. Di qui comincia il cammino verso una nuova vita per sé e per la piccola. La sua scelta lo porterà, non senza difficoltà, ad affrontare il suo passato doloroso, a fare i conti con i misfatti commessi e cercare una qualche via di redenzione. Raccontando una storia che mostra quanto lontano possa arrivare l’amore al di là dei confini di appartenenza politica, l’autrice ci ricorda che è possibile avere una seconda possibilità se si è disposti ad accettare la responsabilità delle proprie scelte.

Hans Mayer e la Bambina Ebrea , uscito il 16 gennaio di quest’anno, è l’esordio letterario di Eleonora E. Spezzano, autrice quattordicenne di Reggio Calabria. Quando la Casa Editrice mi ha proposto di recensire il libro, ciò che mi ha incuriosito è stato che una ragazza così giovane avesse deciso di scrivere un romanzo ambientato in un periodo storico complesso come quello della Seconda Guerra Mondiale e nello specifico di raccontare la Shoah.

La trama è ben costruita, solida e coerente. La narrazione si sviluppa attraverso il racconto in prima persona del protagonista Hans, di cui conosciamo l’infanzia berlinese attraverso alcuni flashback.

L’ambientazione è resa sufficientemente bene. L’autrice mostra una documentazione approfondita degli eventi storici che le consentono di infondere credibilità alla storia. Tuttavia, la scelta di alcuni termini come “supermercato” e “gel” in cui mi sono imbattuta nella lettura, a mio avviso anacronistici, mi ha estraniata dal contesto storico in modo spiacevole e inaspettato. Avrei optato per una scelta lessicale più coerente al periodo narrato.

I dialoghi sono molto ben realizzati, utili all’avanzamento della storia e in equilibrio rispetto alla narrazione.

La vicenda è narrata attraverso il punto di vista del soldato tedesco. In alcuni punti, per la scelta di un certo lessico più femminile e fanciullesco, ho avuto l’impressione di sentire più la voce del narratore che quella del protagonista. Mi riferisco a termini quali “animaletto”, “alberello” e “casetta” che a fatica riuscirei a immaginare come venute fuori dalla bocca di un uomo adulto e soldato per giunta. Inoltre non mancano alcune incoerenze che un più approfondito lavoro di revisione avrebbe potuto evitare. Ad Esempio a pag. 20 si legge: “Le tastai la fronte, era bollente, doveva avere la febbre alta. Sembrava uscita da una cella frigorifera per quanto era fredda”. Sicuramente incongruenze di questo tipo, come altre riscontrate nel corso della lettura, non inficia il lavoro della Spezzano ma ha tuttavia l’effetto di infastidire un lettore più attento.

Questi elementi, assieme ad alcune incoerenze di caratterizzazione psicologica del protagonista, mi hanno lasciato un po’ perplessa. Al di là di quelle che possono essere le contraddizioni interiori e i dubbi che giustamente attraversano Hans, ho trovato alcune sue riflessioni ridondanti e non sempre coerenti, a volte confuso nelle sue digressioni, il che ha reso il personaggio debole e pertanto non del tutto credibile. Anche i personaggi di Marie e Victoria, la donna amata da Hans, avrebbero potuto ricevere una cura maggiore. Nel caso del personaggio della bambina, ad esempio, non emerge a sufficienza il sentimento di sofferenza per la perdita della famiglia, aspetto che nella realtà invece ci si attenderebbe in una situazione del genere. Questo ha contribuito a rendere il personaggio piatto e puramente strumentale ai fini della narrazione. I comprimari sono abbastanza ben delineati.

La non approfondita introspezione psicologica dei personaggi, alcune incoerenze logiche e il riscontro di non poche ripetizioni, hanno tolto scorrevolezza e parte del piacere alla lettura. Non mi hanno permesso di entrare in empatia con i personaggi e di sentirmi coinvolta dalla narrazione.

Si tratta tuttavia di un libro con delle buone potenzialità considerando che è stato scritto da una ragazza molto giovane e non ancora pienamente formata come scrittrice. Sicuramente come esordio è da incoraggiare ma Hans Mayer e la Bambina Ebrea potrebbe esprimere al meglio il proprio potenziale con un lavoro di editing e revisione di bozze ulteriori.

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Titolo: Hans Mayer e la Bambina Ebrea
Autore: Eleonora E. Spezzano
Casa Editrice: Bonfirraro Editore
Anno di edizione: 2020
Genere: narrativa
Pagine: 396
Voto: 2,5/5

Eleonora E. Spezzano, quattordici anni, vive a Reggio Calabria e frequenta il Liceo Classico “F. Campanella”. Sin da piccola ha nutrito una grande passione per la poesia e nella scrittura riversa tutti i suoi pensieri. Con il tempo è cresciuto, insieme a lei, anche il suo amore per i libri, che è iniziato con la bellissima saga de Le Cronache di Narnia, che ha letto in quattro o cinque giorni, passando dalle grigie case di Londra, insieme allo sfortunato Oliver Twist, alla villa di Miss Peregrine dove ha conosciuto “i ragazzi speciali”. Frequenta il quinto anno di pianoforte al conservatorio “Francesco Cilea”. Hans Mayer e la bambina ebrea è il suo romanzo d’esordio.

DIFENDERSI. Una Filosofia della Violenza – ELSA DORLIN [Collaborazione]

Cosa fa la violenza, giorno dopo giorno, alle nostre vite, ai nostri corpi e ai nostri muscoli? E a questi ultimi, a loro volta, cosa è consentito fare all’interno della violenza e attraverso di essa?

Questa la domanda che sottende all’analisi storico-sociale che Elsa Dorlin elabora ricostruendo una genealogia dell’autodifesa. L’autrice focalizza l’attenzione su quei momenti cruciali che hanno segnato un passaggio alla violenza difensiva e che non possono essere letti attraverso la lente politica e morale della legittimità. Il comune denominatore di tali passaggi alla violenza difensiva risiede nella tutela della vita: l’uso della violenza fisica è concepito come necessità vitale, che si incarna in prassi di resistenza.

Chi ha il diritto di difendersi per il fatto di disporre di un’arma? Chi al contrario è escluso da questo potere?

La storia ci ha messo di fronte a quella linea di confine che ha opposto “corpi degni di difendersi” a coloro che, in quanto disarmati o resi disarmati, rimangono preda della violenza del potere dominante. Durante il periodo schiavista era proibito agli schiavi di trasportare qualsiasi oggetto che potesse fungere da arma offensiva. Questo processo traeva forza dalla condizione propria dell’essere schiavo come colui che non godeva del diritto e del dovere di conservazione di sé: gli schiavi non avevano più vita, avevano solo un valore. In Algeria, nel XIX secolo, lo stato coloniale proibiva le armi agli indigeni, dando ai coloni i diritto di armarsi, quello che l’autrice definisce come il “diritto di uccidere contro soggetti a mani nude”. Elsa Dorlin mette in luce come questo disarmo organizzato dei subordinati a vantaggio di una minoranza con il diritto di possesso e uso impunito delle armi, ponga una questione dell’uso della violenza per la difesa di ogni movimento di liberazione.

Ripercorrere la storia dell’autodifesa significa innanzitutto prendere in considerazione il concetto di “difesa del sé” attraverso due definizioni in antitesi tra loro: quello di legittima difesa e di autodifesa. La prima fa capo ad una tradizione giuridico-politica dominante. Sancisce che un corpo è degno di difendersi e pertanto è legittimato al porto d’armi e all’uso della violenza sotto “il paravento” della legittimità. Nel corso del libro viene messo in luce come una “tecnologia del potere” abbia utilizzato questa logica difensiva per salvaguardare la propria esistenza. La seconda, l’autodifesa, trae origine dal un substrato delle “etiche marziali di sé”, che nel corso della storia hanno attraversato quei movimenti politici per i quali l’uso della violenza per difendersi ha incarnato una necessità di sopravvivenza, divenendo prassi e loro punto di forza:

Edith Garrud promuove l’autodifesa come una tecnica incorporata che ha la vocazione di diventare una “seconda natura” – non è il mezzo per conquistare l’uguaglianza, è un processo continuo di incorporazione, di realizzazione, di uguaglianza.

Elsa Dorlin, nel suo percorso di ricostruzione storica, non attinge agli eventi più eclatanti, bensì mette in evidenza quelle lotte in cui i corpi stessi dei dominati hanno costituito l’essenza della memoria di questa subcultura: i saperi e le tradizioni dell’autodifesa schiava, la prassi dell’autodifesa femminista, le tecniche di combattimento elaborate nell’Europa dell’Est dalle organizzazioni di Ebrei contro i pogrom; e ancora il movimento delle Black Panters e le pattuglie di autodifesa queer negli anni ’70.

L’autrice propone un’analisi fondamentale per interpretare ciò che ancora oggi viene perpetrato, nonostante gli insegnamenti della storia: il rovesciamento del senso dell’attacco e della difesa. La cronaca contemporanea lo dimostra: alcune vite vengono considerate di così poco valore che è possibile linciare un tassista nero (Rodney King), disarmato, sostenendo che fosse aggressivo e minaccioso nel momento in cui cercava di ripararsi dai colpi di manganello e dalle scosse elettriche del teaser degli agenti (più di venti sul luogo dell’arresto), rimasti impuniti.

Difendersi di Elsa Dorlin è un libro di grande levatura e raffinata analisi, che mi ha offerto un’importante occasione di riflessione sulla storia e sulla realtà in cui vivo.

Un’argomentazione densa, che ci porta a comprendere perché

non possiamo chiederlo gentilmente.

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Titolo: DIFENDERSI
Autore: Elsa Dorlin
Traduzione: Annalisa Romani
Casa Editrice: Fandango Libri
Anno di edizione: 2020
Genere: saggio
Pagine: 304
Voto: 5/5

Elsa Dorlin è professoressa di Filosofia all’Università di Parigi VIII. È autrice di La matrice de la race. Généalogie sexuelle et coloniale de la Nation française (La Découverte, 2006, 2009) e Sexe, genre et sexualités. Introduction à la théorie féministe (PUF, 2008). È una delle collaboratrici del lavoro collettivo Vulnerability in Resistance (Duke U.P., 2016).

Mississippi Goddam: vita e arte di Nina Simone

Libertà è non avere paura.

Pianista prodigiosa, cantante dalla voce acre e suadente, attivista per i diritti civili, autrice tormentata, Nina Simone fece sentire la sua voce in tutto il mondo. Toccando il cielo con un dito, conobbe la miseria, la solitudine, la violenza domestica, la malattia e la rinascita artistica. In un rapporto di amore e odio, dedicò la sua vita alla musica, allo stesso tempo sua salvezza e sua prigione.

Nasce Eunice Kathleen Waymon il 21 febbraio 1933 a Tryon nella Carolina del Nord, da una famiglia povera e molto religiosa. Fu una bambina prodigio, dotata di un talento ineguagliabile. Cominciò a suonare ad orecchio già all’età di due anni. A quattro accompagnava sua madre reverenda all’organo della chiesa, successivamente cominciò a prendere lezioni di pianoforte da un’insegnante bianca. All’età di dodici anni, durante un suo primo concerto in una biblioteca, davanti ad una platea di bianchi, i suoi genitori vennero lasciati in piedi in fondo alla stanza. Lei si rifiutò di suonare a meno che non fossero stati fatti accomodare in prima fila. Così fu e Eunice suonò. Avvenne così il suo primo incontro con il razzismo. Dopo il diploma, sostenuta economicamente da una fondazione creata dalla comunità in cui viveva, riuscì a proseguire gli studi a New York, studiando per un anno e mezzo presso la prestigiosa Juilliard School. Eunice sognava di diventare la prima concertista classica americana di colore. Nel 1951 fece quindi domanda per una borsa di studio all’istituto Curtis di Filadelfia dove però venne respinta. Solo dopo alcuni mesi comprese che non venne ammessa a causa del colore della sua pelle. Questo evento lasciò in lei una ferita che non si rimarginò mai più.

Dopo aver visto svanire tutti i suoi sogni, a scarseggiare fu il denaro. I soldi della fondazione si esaurirono e così Eunice si trovò un lavoro ad Atlantic City, esibendosi come pianista in alcuni club della città. Una sera il titolare di un locale le disse chiaramente che se voleva tenersi il lavoro avrebbe dovuto anche cantare. Eunice cantò e da allora non smise più, diventando Nina Simone. Si scelse uno pseudonimo per evitare che la sua famiglia, sua madre in particolare, venisse a conoscenza che cantava e suonava la “musica del diavolo”. Il suo fidanzato del tempo la chiamava Niña. Simone lo prese dalla sua attrice preferita Simone Signoret un’attrice e scrittrice francese.

In breve tempo nacque una stella. Nina non si limitava a interpretare le canzoni, le plasmava alla volontà della sua voce e delle sue mani, con cui univa sonorità blues, jazz e classiche con creatività e tecnica sorprendenti. Mescolò fughe e contrappunti alla spontaneità del jazz. Lei stessa in un’intervista rivelò che si sentiva maggiormente soddisfatta nel fare musica quando faceva affidamento su ciò che aveva imparato dalla musica classica. La sua voce era profonda, oscura come la sua anima.

Il suo album di debutto del 1958 che contiene il brano I Loves You Porgy scalò le classifiche americane. Tre anni dopo conobbe Andrew Stroud che di lì a poco divenne suo marito e, lasciato il suo impiego come sergente di polizia, anche suo agente. L’anno successivo Eunice diede alla luce una bambina che chiamò Lisa Celeste. In un successo sempre crescente, l’obiettivo primario di Nina era quello di esibirsi alla Carnegie Hall come prima pianista classica nera e donna. Ci riuscì nel 1963, ma non suonò il suo amato Bach. A partire da questo concerto la sua carriera spiccò il volo: tra concerti, riviste, programmi televisivi, Nina era ovunque, diventando presto un personaggio di grande successo.

Se la sua notorietà cresceva incessantemente, aumentava anche la pressione dovuta a ritmi di lavoro estenuanti. Spesso impegnata in tournée che la tenevano lontana dalla sua casa e da sua figlia, cominciò a mal sopportare la stanchezza e lo stress. Diventò progressivamente instabile d’umore, era capace di arrabbiarsi e litigare con chiunque. Se tra il pubblico qualcuno parlava poteva anche uscire di scena e non proseguire lo spettacolo: Nina Simone desiderava che il suo pubblico la ascoltasse con l’attenzione e il silenzio che si riservava ai concerti di musica classica. Iniziò ad attraversare periodi di depressione che col tempo peggiorarono, aggravati dalla violenza subita da parte del marito. Una sera, in un club, un fan diede a Nina un biglietto. Il marito venutone a conoscenza la picchiò fuori dal locale e per tutto il tragitto in auto verso casa. Una volta arrivati la minacciò con una pistola, la legò e la violentò ma, nonostante questo, Nina non ebbe la forza di lasciarlo.

Nel frattempo l’America era attraversata dalle lotte per i diritti civili degli afroamericani. Più il Movimento cresceva più si potevano scorgere tra le sue fila attivisti appartenenti al mondo dello spettacolo e intellettuali. A seguito dell’attentato del 15 settembre 1963 in una chiesa di Birmingham, in Alabama, in cui persero la vita quattro bambine, Nina scrisse Mississippi Goddam, una canzone apertamente contro il razzismo, dai toni crudi e violenti. Questo brano fu qualcosa di estremamente rivoluzionario al tempo. Nei programmi televisivi si rifiutarono di trasmettere una canzone che contenesse imprecazioni e dalle radio tornavano indietro 45 giri spezzati in due. Il messaggio era molto chiaro. Nina tuttavia decise di essere lo specchio dei suoi tempi, uno spirito libero in una società razzista e che non apprezzava il genio di una donna, oltretutto nera. Nel 1965 suonò in occasione della famosa marcia da Selma a Montgomery in Alabama. Tra il pubblico in prima fila presenziarono Martin Luther King Jr., Langston Hughes, James Baldwin e dignitari da tutto il mondo.

Se sei un artista come fai a non essere lo specchio dei tempi?

Nina Simone era sempre più coinvolta nella lotta a fianco del Movimento per i Diritti Civili e soprattutto inserita nell’ambiente intellettuale che vi gravitava attorno. Conobbe Martin Luther King Jr. e Malcom X. Langston Hughes scrisse per lei il testo di Backlash Blues e la scrittrice Lorraine Hansberry divenne una sua cara amica. Nina si lasciò ispirare dal titolo di una sua opera per scrivere una canzone sul tema dei diritti civili To Be Young, Gifted and Black, canzone che divenne manifesto del Movimento. Fautrice del Black Power, Nina era diventata una specie di “santa patrona della ribellione”. Non fu una fautrice della non violenza, per lei i diritti dei neri dovevano essere difesi con qualunque mezzo. Il suo obiettivo non era solo quello di cantare delle canzoni ma di sensibilizzare le persone di tutto il mondo, facendo conoscere loro ciò che era stato inflitto alla sua gente. In questo periodo la sua produzione artistica riguardava per lo più brani fortemente politicizzati, denigrava i bianchi e quello show business di cui però allo stesso tempo voleva e aveva bisogno di far parte. Questo suo coinvolgimento con la lotta per i diritti civili gradualmente non fece che danneggiare la sua carriera artistica. Diventava sempre più difficile per il suo manager trovarle delle date: lentamente tutto quello che era stato costruito cominciò a sgretolarsi a suon di slogan politici.

Sul finire degli anni Sessanta, il Movimento per i Diritti Civili subì dei duri colpi in seguito all’uccisione di Malcom X nel 1965 e di Martin Luther King Jr. appena tre anni dopo. I simboli della libertà dei neri stavano cadendo uno dopo l’altro come su un campo di battaglia. Nina perse la sua cara amica Lorraine Hansberry e anche Langston Hughes morì in quegli anni. Eunice si sentiva sola, divenne sempre più violenta, soggetta a repentini cambi di comportamento cominciò ad essere vittima di attacchi di depressione e rabbia.

Decise quindi di lasciare definitivamente il marito per trasferirsi in Liberia, dove trascorse momenti di serenità e dove presto fu raggiunta da sua figlia appena adolescente. La convivenza tuttavia non funzionò a causa dell’instabilità caratteriale di Nina e della sua aggressività, e Lisa Celeste, compiuti i quattordici anni, decise di tornare a vivere dal padre. Dopo la separazione dal marito Nina dovette affrontare serie difficoltà economiche, si disinteressò al lavoro e cominciò a condurre una vita da nomade. Dopo poco tempo, costretta a riprendere in mano la sua carriera per potersi mantenere, Nina Simone andò in Svizzera dove prese parte al Montreux Jazz Festival per poi trasferirsi a Parigi. Ma le cose non furono semplici. Nina si era ridotta a suonare in squallidi caffè per tirar su poche centinaia di dollari. Ormai era caduta in disgrazia.

In una sua intervista non rinnegò il suo impegno a favore delle lotte per i diritti civili, ma si mostrò consapevole che alcune sue canzoni, troppo politicizzate, avessero danneggiato la sua carriera e non fossero più adatte ai tempi. Sicuramente la presa di posizione nei confronti della questione razziale, negli anni Sessanta, ebbe pesanti ripercussioni per coloro che appoggiarono le lotte di emancipazione, ripercussioni nella vita privata quanto sulla carriera. Nina Simone non fu esclusa dal pagare un altissimo prezzo per questa scelta. Molti dei suoi album vennero pubblicati di rado in quegli anni, salvo poche eccezioni, per poi finire quasi dimenticati fino agli anni Ottanta.

Fu grazie al suo storico chitarrista Alvin Schackman e al suo caro amico Gerrit De Bruin che Nina riuscì a tornare alla sua musica. Venne sottoposta ad alcune visite mediche. Le fu diagnosticato un bipolarismo e una tendenza maniaco depressiva. Cominciò a curarsi e tornò ad esibirsi. Nel 1987 Chanel scelse come colonna sonora di una sua pubblicità il brano di Nina My Baby Just Cares For Me. Sulla scia di questa nuova popolarità molti suoi dischi vennero ristampati e la cantante tornò a cavalcare l’onda del successo.

Nel 1993 si trasferì nel sud della Francia continuando a girare il mondo grazie alla musica. Nella sua carriera Nina Simone ottenne quindici nomination ai Grammy Awards ed entrò nella Grammy Hall of Fame nel 2000. Due anni prima della sua morte ricevette un diploma onorario dal Curtis Institute, la scuola di musica che le rifiutò l’ammissione a 19 anni e da cui, in un certo senso, tutto ebbe inizio.

Nina Simone è stata la voce guerriera di un intero popolo, quello dei Movimenti per i Diritti Civili negli Stati Uniti, ma soprattutto una straordinaria musicista che ci ha lasciato registrazioni di incommensurabile bellezza. ⁠

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BIBLIOGRAFIA:

Nina Simone. Una Vita, David Brun-Lambert, Universale Economica Feltrinelli, 2010.

What Happened, Miss Simone?, Liz Garbus, Documentario Netflix

Nina Simone on BBC HARDtalk, 1999