Le Nostre Anime di Notte – Kent Haruf – Audiolibro

Quante volte vi è capitato di leggere un libro dalla storia appassionante e sulla scia di questo entusiasmo guardare il film omonimo? E qui l’eterna diatriba: c’è chi dice che i film non possano raggiungere il trasporto e la bellezza della narrazione dei libri, chi invece sostiene il contrario per via di incontri più fortunati. Per motivi fortuiti e strane coincidenze astrali, a volte mi è successo di intercettare prima il film e solo successivamente di leggere il libro da cui questo era tratto. Seppure il libro si fosse rivelato più coinvolgente perché più completo, probabilmente il film in qualche modo era riuscito a fare breccia. Perché questa premessa? Oggi voglio parlarvi di un libro da cui poi è stato tratto il film omonimo. Mi sarà piaciuto?

Il libro in questione è “Le Nostre Anime di Notte” grazie al quale è avvenuto il mio incontro con lo scrittore americano Kent Haruf. Per la prima volta sono stata a Holt , cittadina del Colorado, dove l’autore ha ambientato anche la fortunata “Trilogia della Pianura”.

Si può essere amici, amanti, intimi confidenti a Ottant’anni? Quando la vita sembra a tal punto aver dato tutto quello che poteva offrirti, quando non sembra più lecito desiderare, quando tutte le persone per cui ci si è sacrificati sono ormai distanti? Quale senso si può trovare nel vivere una relazione quando ormai ci si è rassegnati alla solitudine della notte, quando sembra scontato ritrovarsi nelle notti solitarie tra le lenzuola silenziose del propio letto? Questo romanzo è un leggero sussurro, una delicata ma allo stesso tempo profonda storia di vita che ci porta a conoscere un amore combattuto tra libertà e rimpianto.

Eddie Moore un giorno bussa alla porta del suo vicino da casa Louis Waters presentandosi con una domanda diretta quanto bizzarra: vuoi passare le notti da me? Anche lui vedovo, accetta l’inaspettata proposta. Ha così inizio una storia di affetto, condivisione e scoperta di due mondi fino a quel momento così distanti e solitari. Con la complicità della notte, ascoltati solo dalle stelle, i due protagonisti ci condurranno nelle pieghe più nascoste delle loro vite passate, animati dal desiderio di dare un senso al tempo che resta loro da vivere. Tuttavia la comunità della piccola Holt non accetterà questa relazione, considerata fuori luogo, ribelle e incresciosa. Presto i due amanti dovranno scontrarsi con una realtà che non può comprendere e accettare che la vita abbia ancora qualcosa da regalare quando tutto sembra prosciugato per via dell’età avanzata. Cosa sceglieranno Eddie e Louis tra la libertà delle loro emozioni e il rimpianto?

Un libro che mi ha emozionato e di cui consiglio la lettura. Haruf ha la grande abilità stilistica di farci entrare in punta di piedi nelle vite dei personaggi senza apparentemente descriverle. Eddie e Louis diventano reali e l’empatia con la loro storia è inevitabile.

Dopo aver letto il libro ho guardato il film omonimo con la coppia Robert Redford e Jane Fonda che già avevo amato nel film “A Piedi Nudi Nel Parco” del 1967 che vi consiglio di non perdervi: un’esilarante commedia che ci porta a spasso per il Greenwich Village.

Come anticipato nella mia premessa, non sempre il film risulta all’altezza del libro cui si ispira. Ammetto che è il caso anche di “Le Nostre Anime di Notte”, seppure con qualche riserva. Un elemento caratterizzante del libro è lo stile narrativo, che si avvale di un considerevole uso di dialoghi, bellissimi e coinvolgenti. Ciò che si legge tra gli scambi dei due personaggi rappresenta l’essenza del libro, aspetto che inevitabilmente si perde sulla pellicola. La trama del film non subisce modifiche invasive, seppure alcuni elementi secondari vengano modificati ai fini narrativi. Per quanto possa essere un buon film, grazie sicuramente a due interpreti di innegabile profondità artistica, vi confesso che non è riuscito a soddisfarmi pienamente. Sono stata contenta di aver letto il libro di Haruf per aver potuto godere appieno della meraviglia di questa storia.

A mio avviso il fatto che un film riesca a soddisfare pienamente un lettore dell’opera originale, dipende ma molte variabili: dalla storia, da come nel libro è narrata, da scelte di regia etc. A volte ci sono risultati più riusciti, altre meno. Sicuramente in questo va considerato che si tratta di due mezzi comunicativi diversi e che ognuno ha le sue regole, punti di forza, punti deboli e soprattutto che funzionano in modo diverso. Per questo alle volte forse può risultare non molto appropriato un paragone così immediato. Voi cosa ne pensate?

Se volete fare un’esperienza diversa ma tuttavia coinvolgente, vi consiglio di ascoltare l’audiolibro letto dalla voce ammaliante di Sergio Rubini, capace di infondere grandissimo spessore ai personaggi e di lasciare un segno ancora più coinvolgente attraverso la bellezza delle parole di Kent Haruf.

Dov’è la tua mano?

Propio qui accanto a te, dove sta sempre.

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Titolo: Le Nostre Anime di Notte
Autore: Kent Haruf
Traduzione: Fabio Cremonesi
Casa Editrice: NNE
Anno di edizione: 2017
Genere: romanzo
Pagine: 176
Voto: 4/5

Kent Haruf (1943-2014) è stato uno dei più apprezzati scrittori americani, ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Whiting Foundation Award e una menzione speciale dalla PEN/Hemingway Foundation. Con il romanzo Il canto della pianura è stato finalista al National Book Award, al Los Angeles Times Book Prize, e al New Yorker Book Award. Con Crepuscolo, secondo romanzo della Trilogia della Pianura, ha vinto il Colorado Book Award. Benedizione è stato finalista al Folio Prize. NN Editore ha pubblicato tutti i libri della trilogia ambientata nella cittadina di Holt, compreso Le nostre anime di notte, uscito postumo nel 2017.

Cambiare L’Acqua ai Fiori – Valerie Perrin

L’autunno è una ninnananna per la vita che tornerà.

Quanta forza, quanto desiderio dirompente di vita può nascondersi nel fiore che attende la primavera? In un cuore che affronta la perdita e sceglie di non lasciarsi andare nell’abisso della disperazione? Violette, la protagonista di Cambiare L’Acqua ai Fiori, ci mostrerà proprio questo: come è possibile resistere agli urti violenti della vita se nel proprio animo si coltiva la forza di donarsi, di condividere, anche il dolore.

Guardiana di un cimitero della Borgogna, Violette Toussaint, si prende cura non solo dei fiori e delle piante che ornano le tombe, segno ultimo di volti che non sono più se non nel ricordo, quanto piuttosto delle tante persone che passando dalla sua casetta accogliente, si recano a trovare i propri congiunti ormai trapassati. C’è sempre una parola di conforto, a volte anche il silenzio, che con un caffè caldo darà la possibilità a queste persone di raccontarsi e svelare i segreti della propria storia. Ma anche Violette ha il suo passato, fatto di amore sempre inseguito e mai corrisposto. Un giorno un poliziotto farà irruzione nella sua sua vita, presentandosi con una richiesta insolita: sua madre recentemente scomparsa, ha espresso la volontà di essere sepolta in quel paesino, nella tomba di uno sconosciuto signore del luogo. Da questo momento si dispiegherà una storia nelle storie, che come un bocciolo rivelerà a poco a poco legami fino allora taciuti tra vivi e morti e mostrerà quanta vita in realtà ci sia dietro alla morte.

Mi piace ridere della morte, prenderla in giro. E’ il mio modo di esorcizzarla, così si dà meno arie. Burlandomi di lei permetto alla vita di prendere il sopravvento, di avere il potere.

Valerie Perrin ci fa conoscere l’evoluzione di una donna che nella resilienza sprigiona una profonda forza d’animo. Non è stata amata Violette, per gran parte della sua vita, ma nonostante questo è sempre stata capace di donarsi. Conosciamo l’evoluzione di un personaggio che seppure apparentemente sembrerà soccombere agli aventi della vita, il suo restare in piedi di fronte alle tempeste, il suo piegarsi senza mai spezzarsi sarà ciò che le permetterà di rinascere. Riuscire a guardare la vita davanti a sé, perché prima o poi la primavera arriva sempre.

Cambiare L’Acqua ai Fiori è un libro che racconta l’importanza della condivisione per non cadere nella disperazione della solitudine. Donarsi agli altri è ciò che infonde valore alla nostra esistenza e che può farci superare la perdita di una persona amata. È un riparo sicuro dietro cui attendere che passi l’inverno. La storia di Violette, come quella degli altri personaggi che in qualche modo si intrecciano con la sua vita, mostrano come il passato, se non accettato, possa rappresentare un ostacolo nel vivere e far germogliare il presente. Ci sono alcuni dolori che non si potranno mai rimarginare ma siamo sempre davanti ad una scelta: se soccombere di fronte a questi o accettarli, viverli, per poter finalmente realizzare il proprio futuro.

Il passato è il veleno del presente. Rivangare vuol dire un po’ morire.

Una vita senza condivisione è una vita destinata alla disperazione. Violette ci fa comprendere come si possa ritrovare la forza di sorridere aggrappandosi all’essenzialità delle piccole cose. Il prendersi cura è ciò che può ricondurci alla felicità e farci riappacificare anche con chi ci ha fatto del male.

Cambiare L’Acqua ai Fiori è un libro che suona la ninnananna dell’autunno in attesa della vita che tornerà. Una storia dentro altre storie che raccontano l’importanza del donarsi, del vivere nell’essenziale. ⁠
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E’ strano come di fronte alla morte i pensieri vadano a rifugiarsi sui ricordi più semplici. Come se la nostra mente avesse bisogno di resettare tutto per non impazzire, di aggrapparsi a quei gesti piccoli che ci riportano lentamente alla cura e all’amore per la vita, come spalancare la finestra facendo entrare l’aria fresca, come cambiare l’acqua ai fiori. ⁠

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Titolo: Cambiare L’Acqua ai Fiori
Autore: Valerie Perrin
Traduzione: Alberto Bracci Testasecca
Casa Editrice: Edizioni E/O
Anno di edizione: 2019
Genere: romanzo
Pagine: 476
Voto: 5/5

Valérie Perrin lavora da sempre nel mondo del cinema e per anni è stata fotografa di scena delle più importanti produzioni cinematografiche francesi, tra cui quelle del marito Claude Lelouch. Con Cambiare l’acqua ai fiori ha vinto il Prix Maison de la presse, il Prix Jules-Renard e il Prix des lecteurs du Livre de poche.

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🖤 "Perché si va verso certi libri come si va verso certe persone? Perché siamo attratti da determinate copertine come lo siamo da uno sguardo, da una voce che ci sembra conosciuta, già sentita, una voce che ci distoglie dal nostro percorso, ci fa alzare gli occhi, attira la nostra attenzione e cambierà forse il corso della nostra esistenza?" 🖤⁠ ⁠ È stato proprio così. Come andare verso una persona che mi avrebbe accompagnato ad affrontare un momento difficile, di perdita.⁠ ⁠ "Cambiare L'Acqua ai Fiori " è un libro che come un bocciolo si schiude a poco a poco rivelando tutta la sua essenza, la sua fragranza dolce e intensa. ⁠ È un luogo in cui ripararsi e trovare conforto nell'attesa di ciò che verrà. Una storia che racconta di quanta vita ci sia dietro la morte.⁠ ⁠ Violette, la protagonista, che veste la notte ma sotto indossa il giorno, mi ha fatto riflettere sull'importanza della condivisione, della bellezza delle piccole cose che racchiudono il segreto della felicità.⁠ ⁠ La vita può colpire duramente e lasciare cicatrici che mai si rimargineranno ma se si sceglie di vivere questo dolore, passarci attraverso e accettarlo, si troverà la forza di accogliere la vita davanti a sé e rinascere.⁠ ⁠ Un libro che suona la ninnananna dell'autunno in attesa della vita che tornerà. Una storia dentro altre storie che raccontano l'importanza del donarsi, del vivere nell'essenziale. ⁠ ⁠ ✏️ E' strano come di fronte alla morte i pensieri vadano a rifugiarsi sui ricordi più semplici. Come se la nostra mente avesse bisogno di resettare tutto per non impazzire, di aggrapparsi a quei gesti piccoli che ci riportano lentamente alla cura e all'amore per la vita, come cambiare l'acqua ai fiori. ⁠ ⁠ ⁠ ❣️ Vi è mai capitato che un libro vi aiutasse ad affrontare un momento della vostra vita? ❣️⁠ ⁠ ⁠ ⁠ ⁠@edizioni_eo⁠ ⁠ #bookstagramitalia #instabooker #libridaleggere #readingaddict #bookstagram #booklover #bookstagrammer #bookblogger #bookbloggeritalia #lemieletture #leggeretisalva #leggerechepassione #leggerefabene #lettori #librisuilibri #librodelgiorno #bookinfluencer #librisuilibri #booklife #luglioinpillole #cambiarelacquaaifiori #edizionieo #valerieperrin #smallhoursread #gdl

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Bookinfluencer: i nuovi ambasciatori della lettura

Se ne è parlato molto sui giornali. Chi li loda, chi li “sbroda”, chi li maltratta chi li corteggia. Ma chi sono davvero questi bookinluencer? Perché se ne parla così tanto e perché uffici stampa e editori li cercano? Come li scelgono?

Sono lettori, lettori forti, amanti dei libri. I primi grandi acquirenti che stilano infinite wishlist tra classici, nuove uscite e mercatini dell’usato. Amano condividere la loro passione per la lettura, parlarne e fotografare i libri che hanno amato cercando di trasmettere attraverso un’immagine l’emozione provata. Tanta passione quindi ma non basta. Servono capacità organizzative, professionalità, puntualità, responsabilità e soprattutto saper comunicare un libro. Non poca cosa, per chi era ancora rimasto a fiocchetti e tazze. Sì perché negli ultimi anni quella dei bookblogger è una realtà profondamente cambiata nel suo valore, nella sua essenza e nel forte impatto a livello sociale.

I tempi cambiano, l’essere umano si evolve e con lui il modo di comunicare muta nel tempo e, grazie all’avvento dei social, quello che vent’anni fa avveniva nelle biblioteche di paese, con i circoli letterari, ora avviene fuori dalle quattro mura, nel vasto mondo della rete in cui ognuno può trovare il proprio posto e sopratutto può confrontarsi e scambiare idee con sempre più persone.

Quello dei bookinfluencer è un universo trasversale che coinvolge persone di tutte le età, formazione, estrazione culturale. Spesso sono laureati, lavoratori, studenti, tutti con un comune denominatore: una capacità di parlare dei libri tale da orientare le scelte della loro community e a volte anche ad avvicinare le persone alla lettura.

Non sono critici letterari e nemmeno si arrogano il diritto di essere considerati tali. Esprimono il proprio parere dopo aver letto un libro orientando indirettamente le letture di chi li segue. La loro passione è talmente coinvolgente che le persone si affezionano e si fidano. Passaparola. Nulla di tanto misterioso, da sempre il mezzo più potente del marketing. Se dunque la loro passione è così travolgente e diffonde cultura, poco si comprende perché c’è chi arricci il naso. Quando poi sono le donne a parlare di libri, e sono davvero tante nel mondo di Instagram, per alcuni (fortunatamente in minoranza) diventa ancora più scomodo. C’è posto per tutti nel mondo della rete e unicuique suum come dicevano i romani: a ciascuno il suo.

Ma non è tutto. Un bookinfluencer sa che dietro i profili di Instagram ci sono delle persone ed è capace di uscire dal mondo incantato dei feed per conoscerle, creare con loro gruppi di lettura e parlare di libri come tra vecchi amici. E a volte amici si diventa. Non male vero?

Ma attenzione a non incappare nell’abbaglio dei grandi numeri. Eh sì, perché indagini di mercato hanno scoperto che non sempre il tanto agognato numerino in alto a destra del profilo rispecchia quello che viene definito engagement, ovvero il coinvolgimento. Sicuramente un profilo con numeri più piccoli riesce ad interagire direttamente e molto di più con i propri follower instaurando con loro un legame più stretto.

Non tutti sono affidabili e professionali, come succede in molti ambiti lavorativi del resto. Diventa allora fondamentale non solo che se ne parli ma che il ruolo dei bookinfluencer venga approfondito, che gli venga attribuita quella dignità che merita, perché dietro a quella che potrebbe sembrare una semplice foto c’è in realtà spesso molta dedizione, ricerca, ore di lettura, studio dei social, delle tecniche di comunicazione, relazioni e tanta forza d’animo nel saper gestire eventuali critiche.

Spesso i bookinfluencer ricevono libri in omaggio da scrittori, uffici stampa, editori perché li recensiscano. Ma attenzione: regalare un libro non significa assicurarsi una recensione positiva e una buona pubblicità. Diffidate da chi parla sempre bene dei libri e per loro sono sempre tutti pazzeschi. La serietà di un bookinfluencer si distingue prima di tutto da questo: l’onestà verso la propria community; Il fatto che esprima il proprio parere sincero anche quando un libro non l’ha trovato piacevole e ne spieghi in modo critico il perché. Questo è l’aspetto fondamentale su cui si basa la credibilità del suo lavoro. Prima di tutto deve esserci il rispetto del rapporto di fiducia con i propri follower che non sono delle marionette (come a volte vengono dipinti su alcuni articoli che ho letto) ma esseri pensanti che comprendono benissimo se un bookinfluencer è sincero o meno. E’ un sistema che in questo modo si autoregola alla fine: se mi freghi non ti seguo.

Quando Giovanna Burzio de La Corte Editore mi ha contattata per domandarmi se fossi interessata a far parte del progetto di pubblicazione di una guida ai bookinfluencer italiani, oltre alla felicità, mi sono resa conto che tutto il lavoro svolto con il blog fino a quel momento aveva iniziato a dare i suoi frutti, in questo caso inaspettati quindi ancora più graditi.⁠ Ritengo che questa attenzione sia un passo importante verso la concezione di quella dei bookinfluencer come una vera e propria professione, perché a ispirare il lavoro di chi parla di libri è sicuramente un grande amore ma fondamentale è un approccio responsabile e consapevole di ciò che si fa. E diciamolo, è anche giusto che la professionalità venga riconosciuta e valorizzata laddove c’è.

In questo libro troverete le schede-interviste in cui più di 250 bookblogger italiani si raccontano e tra questi a pagina 110 troverete anche quella di The Wee Small Hours Book Blog. Potrete leggere gli interventi di alcune personalità competenti nell’ambito della comunicazione, dell’editoria, delle strategie di instagram. Alcuni nomi? Chiara Beretta Mazzotta alias @bookblister, @grace_theamazing, Teresa Martini di SEM, Yari Brugnoni di @ninjalitics e altri.⁠


Si parla anche di strategie di collaborazione, di come ottimizzare il proprio profilo instagram, di come gestire le critiche e vengono dati consigli su come redigere una buona recensione.
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Una guida per scrittori, case editrici, per chi vuole orientarsi in questo mondo complesso, per chi inizia ma anche per noi bookblogger: perché non si finisce mai di imparare!!⁠

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Titolo: Bookinfluencer
Curatrice: Giovanna Burzio
Casa Editrice: La Corte Editore
Anno di edizione: 2020
Genere: varia
Pagine: 336
Voto: 5/5

Giovanna Burzio è laureata in Filosofia, materia che ha costituito il suo unico grande amore finché non è stata catapultata nel mondo dell’Editoria. Per anni ha lavorato in un’importante casa editrice di saggistica torinese, con qualche incursione nella narrativa, finché non ha capito che proprio questa era la sua vita e ha fondato una casa editrice tutta sua. Da tre anni è editor a tempo pieno per La Corte Editore, dove fin dal suo ingresso si occupa anche della gestione della comunicazione con i bookblogger.
Vive a Torino, ma sogna di trasferirsi in campagna, con i suoi tre gatti e la sua setterina tutto pepe.

Mississippi Goddam: vita e arte di Nina Simone

Libertà è non avere paura.

Pianista prodigiosa, cantante dalla voce acre e suadente, attivista per i diritti civili, autrice tormentata, Nina Simone fece sentire la sua voce in tutto il mondo. Toccando il cielo con un dito, conobbe la miseria, la solitudine, la violenza domestica, la malattia e la rinascita artistica. In un rapporto di amore e odio, dedicò la sua vita alla musica, allo stesso tempo sua salvezza e sua prigione.

Nasce Eunice Kathleen Waymon il 21 febbraio 1933 a Tryon nella Carolina del Nord, da una famiglia povera e molto religiosa. Fu una bambina prodigio, dotata di un talento ineguagliabile. Cominciò a suonare ad orecchio già all’età di due anni. A quattro accompagnava sua madre reverenda all’organo della chiesa, successivamente cominciò a prendere lezioni di pianoforte da un’insegnante bianca. All’età di dodici anni, durante un suo primo concerto in una biblioteca, davanti ad una platea di bianchi, i suoi genitori vennero lasciati in piedi in fondo alla stanza. Lei si rifiutò di suonare a meno che non fossero stati fatti accomodare in prima fila. Così fu e Eunice suonò. Avvenne così il suo primo incontro con il razzismo. Dopo il diploma, sostenuta economicamente da una fondazione creata dalla comunità in cui viveva, riuscì a proseguire gli studi a New York, studiando per un anno e mezzo presso la prestigiosa Juilliard School. Eunice sognava di diventare la prima concertista classica americana di colore. Nel 1951 fece quindi domanda per una borsa di studio all’istituto Curtis di Filadelfia dove però venne respinta. Solo dopo alcuni mesi comprese che non venne ammessa a causa del colore della sua pelle. Questo evento lasciò in lei una ferita che non si rimarginò mai più.

Dopo aver visto svanire tutti i suoi sogni, a scarseggiare fu il denaro. I soldi della fondazione si esaurirono e così Eunice si trovò un lavoro ad Atlantic City, esibendosi come pianista in alcuni club della città. Una sera il titolare di un locale le disse chiaramente che se voleva tenersi il lavoro avrebbe dovuto anche cantare. Eunice cantò e da allora non smise più, diventando Nina Simone. Si scelse uno pseudonimo per evitare che la sua famiglia, sua madre in particolare, venisse a conoscenza che cantava e suonava la “musica del diavolo”. Il suo fidanzato del tempo la chiamava Niña. Simone lo prese dalla sua attrice preferita Simone Signoret un’attrice e scrittrice francese.

In breve tempo nacque una stella. Nina non si limitava a interpretare le canzoni, le plasmava alla volontà della sua voce e delle sue mani, con cui univa sonorità blues, jazz e classiche con creatività e tecnica sorprendenti. Mescolò fughe e contrappunti alla spontaneità del jazz. Lei stessa in un’intervista rivelò che si sentiva maggiormente soddisfatta nel fare musica quando faceva affidamento su ciò che aveva imparato dalla musica classica. La sua voce era profonda, oscura come la sua anima.

Il suo album di debutto del 1958 che contiene il brano I Loves You Porgy scalò le classifiche americane. Tre anni dopo conobbe Andrew Stroud che di lì a poco divenne suo marito e, lasciato il suo impiego come sergente di polizia, anche suo agente. L’anno successivo Eunice diede alla luce una bambina che chiamò Lisa Celeste. In un successo sempre crescente, l’obiettivo primario di Nina era quello di esibirsi alla Carnegie Hall come prima pianista classica nera e donna. Ci riuscì nel 1963, ma non suonò il suo amato Bach. A partire da questo concerto la sua carriera spiccò il volo: tra concerti, riviste, programmi televisivi, Nina era ovunque, diventando presto un personaggio di grande successo.

Se la sua notorietà cresceva incessantemente, aumentava anche la pressione dovuta a ritmi di lavoro estenuanti. Spesso impegnata in tournée che la tenevano lontana dalla sua casa e da sua figlia, cominciò a mal sopportare la stanchezza e lo stress. Diventò progressivamente instabile d’umore, era capace di arrabbiarsi e litigare con chiunque. Se tra il pubblico qualcuno parlava poteva anche uscire di scena e non proseguire lo spettacolo: Nina Simone desiderava che il suo pubblico la ascoltasse con l’attenzione e il silenzio che si riservava ai concerti di musica classica. Iniziò ad attraversare periodi di depressione che col tempo peggiorarono, aggravati dalla violenza subita da parte del marito. Una sera, in un club, un fan diede a Nina un biglietto. Il marito venutone a conoscenza la picchiò fuori dal locale e per tutto il tragitto in auto verso casa. Una volta arrivati la minacciò con una pistola, la legò e la violentò ma, nonostante questo, Nina non ebbe la forza di lasciarlo.

Nel frattempo l’America era attraversata dalle lotte per i diritti civili degli afroamericani. Più il Movimento cresceva più si potevano scorgere tra le sue fila attivisti appartenenti al mondo dello spettacolo e intellettuali. A seguito dell’attentato del 15 settembre 1963 in una chiesa di Birmingham, in Alabama, in cui persero la vita quattro bambine, Nina scrisse Mississippi Goddam, una canzone apertamente contro il razzismo, dai toni crudi e violenti. Questo brano fu qualcosa di estremamente rivoluzionario al tempo. Nei programmi televisivi si rifiutarono di trasmettere una canzone che contenesse imprecazioni e dalle radio tornavano indietro 45 giri spezzati in due. Il messaggio era molto chiaro. Nina tuttavia decise di essere lo specchio dei suoi tempi, uno spirito libero in una società razzista e che non apprezzava il genio di una donna, oltretutto nera. Nel 1965 suonò in occasione della famosa marcia da Selma a Montgomery in Alabama. Tra il pubblico in prima fila presenziarono Martin Luther King Jr., Langston Hughes, James Baldwin e dignitari da tutto il mondo.

Se sei un artista come fai a non essere lo specchio dei tempi?

Nina Simone era sempre più coinvolta nella lotta a fianco del Movimento per i Diritti Civili e soprattutto inserita nell’ambiente intellettuale che vi gravitava attorno. Conobbe Martin Luther King Jr. e Malcom X. Langston Hughes scrisse per lei il testo di Backlash Blues e la scrittrice Lorraine Hansberry divenne una sua cara amica. Nina si lasciò ispirare dal titolo di una sua opera per scrivere una canzone sul tema dei diritti civili To Be Young, Gifted and Black, canzone che divenne manifesto del Movimento. Fautrice del Black Power, Nina era diventata una specie di “santa patrona della ribellione”. Non fu una fautrice della non violenza, per lei i diritti dei neri dovevano essere difesi con qualunque mezzo. Il suo obiettivo non era solo quello di cantare delle canzoni ma di sensibilizzare le persone di tutto il mondo, facendo conoscere loro ciò che era stato inflitto alla sua gente. In questo periodo la sua produzione artistica riguardava per lo più brani fortemente politicizzati, denigrava i bianchi e quello show business di cui però allo stesso tempo voleva e aveva bisogno di far parte. Questo suo coinvolgimento con la lotta per i diritti civili gradualmente non fece che danneggiare la sua carriera artistica. Diventava sempre più difficile per il suo manager trovarle delle date: lentamente tutto quello che era stato costruito cominciò a sgretolarsi a suon di slogan politici.

Sul finire degli anni Sessanta, il Movimento per i Diritti Civili subì dei duri colpi in seguito all’uccisione di Malcom X nel 1965 e di Martin Luther King Jr. appena tre anni dopo. I simboli della libertà dei neri stavano cadendo uno dopo l’altro come su un campo di battaglia. Nina perse la sua cara amica Lorraine Hansberry e anche Langston Hughes morì in quegli anni. Eunice si sentiva sola, divenne sempre più violenta, soggetta a repentini cambi di comportamento cominciò ad essere vittima di attacchi di depressione e rabbia.

Decise quindi di lasciare definitivamente il marito per trasferirsi in Liberia, dove trascorse momenti di serenità e dove presto fu raggiunta da sua figlia appena adolescente. La convivenza tuttavia non funzionò a causa dell’instabilità caratteriale di Nina e della sua aggressività, e Lisa Celeste, compiuti i quattordici anni, decise di tornare a vivere dal padre. Dopo la separazione dal marito Nina dovette affrontare serie difficoltà economiche, si disinteressò al lavoro e cominciò a condurre una vita da nomade. Dopo poco tempo, costretta a riprendere in mano la sua carriera per potersi mantenere, Nina Simone andò in Svizzera dove prese parte al Montreux Jazz Festival per poi trasferirsi a Parigi. Ma le cose non furono semplici. Nina si era ridotta a suonare in squallidi caffè per tirar su poche centinaia di dollari. Ormai era caduta in disgrazia.

In una sua intervista non rinnegò il suo impegno a favore delle lotte per i diritti civili, ma si mostrò consapevole che alcune sue canzoni, troppo politicizzate, avessero danneggiato la sua carriera e non fossero più adatte ai tempi. Sicuramente la presa di posizione nei confronti della questione razziale, negli anni Sessanta, ebbe pesanti ripercussioni per coloro che appoggiarono le lotte di emancipazione, ripercussioni nella vita privata quanto sulla carriera. Nina Simone non fu esclusa dal pagare un altissimo prezzo per questa scelta. Molti dei suoi album vennero pubblicati di rado in quegli anni, salvo poche eccezioni, per poi finire quasi dimenticati fino agli anni Ottanta.

Fu grazie al suo storico chitarrista Alvin Schackman e al suo caro amico Gerrit De Bruin che Nina riuscì a tornare alla sua musica. Venne sottoposta ad alcune visite mediche. Le fu diagnosticato un bipolarismo e una tendenza maniaco depressiva. Cominciò a curarsi e tornò ad esibirsi. Nel 1987 Chanel scelse come colonna sonora di una sua pubblicità il brano di Nina My Baby Just Cares For Me. Sulla scia di questa nuova popolarità molti suoi dischi vennero ristampati e la cantante tornò a cavalcare l’onda del successo.

Nel 1993 si trasferì nel sud della Francia continuando a girare il mondo grazie alla musica. Nella sua carriera Nina Simone ottenne quindici nomination ai Grammy Awards ed entrò nella Grammy Hall of Fame nel 2000. Due anni prima della sua morte ricevette un diploma onorario dal Curtis Institute, la scuola di musica che le rifiutò l’ammissione a 19 anni e da cui, in un certo senso, tutto ebbe inizio.

Nina Simone è stata la voce guerriera di un intero popolo, quello dei Movimenti per i Diritti Civili negli Stati Uniti, ma soprattutto una straordinaria musicista che ci ha lasciato registrazioni di incommensurabile bellezza. ⁠

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BIBLIOGRAFIA:

Nina Simone. Una Vita, David Brun-Lambert, Universale Economica Feltrinelli, 2010.

What Happened, Miss Simone?, Liz Garbus, Documentario Netflix

Nina Simone on BBC HARDtalk, 1999