Hans Mayer e La Bambina Ebrea – Eleonora E. Spezzano[Collaborazione]

Quando si vive in un mondo dove l’odio fa da padrone, c’è sempre bisogno di quello spiraglio di innocenza che apre la porta al lato nascosto di ogni cosa.

Hans Mayer è un ufficiale della Wehrmacht che ogni giorno, nel percorrere la strada dalla sua abitazione alla caserma, cerca di non curarsi degli sguardi sprezzanti che lo circondano a causa della sua divisa. Personaggio schivo e solitario è schiacciato dai sensi di colpa e dalle incertezze che lo portano sempre più a dubitare del suo ruolo di soldato tedesco, strada che ha intrapreso da adolescente perché costretto da un padre autoritario. La città in cui vive, la Varsavia del 1941, è sempre più segnata da rastrellamenti di famiglie ebree e di fronte a tali eventi il peso della divisa diventa per Hans sempre più insostenibile:

Il mondo non esisteva più perché non esistevano più gli uomini che lo abitavano. Perché tutti noi ci sentivamo così, era come se fossimo già morti, eravamo come delle ombre fatte dei ricordi degli uomini, delle donne e dei bambini che eravamo.

Nulla sembra poter cambiare nella sua vita finché, una sera d’inverno, il destino gli offre quella che diventerà la sua unica via di salvezza e ragione di vita. Dopo il lavoro, sulla strada del ritorno, qualcosa attira la sua attenzione. Sul ciglio della strada, sotto una pioggia incessante, nota il lembo di un cappotto e dei boccoli biondi: si tratta di una bambina di circa tre o quattro anni completamente sola. Credendo che si sia persa, decide di offrirle riparo a casa sua per accompagnarla il giorno dopo in caserma alla ricerca della famiglia. Successivamente Hans si rende conto che Marie, così si chiama la piccola, è miracolosamente scampata ad un rastrellamento in cui i genitori e il fratello sono stati arrestati. Combattuto tra la morale e la divisa, Hans decide di non consegnare la bambina ma di salvarla offrendole riparo. Di qui comincia il cammino verso una nuova vita per sé e per la piccola. La sua scelta lo porterà, non senza difficoltà, ad affrontare il suo passato doloroso, a fare i conti con i misfatti commessi e cercare una qualche via di redenzione. Raccontando una storia che mostra quanto lontano possa arrivare l’amore al di là dei confini di appartenenza politica, l’autrice ci ricorda che è possibile avere una seconda possibilità se si è disposti ad accettare la responsabilità delle proprie scelte.

Hans Mayer e la Bambina Ebrea , uscito il 16 gennaio di quest’anno, è l’esordio letterario di Eleonora E. Spezzano, autrice quattordicenne di Reggio Calabria. Quando la Casa Editrice mi ha proposto di recensire il libro, ciò che mi ha incuriosito è stato che una ragazza così giovane avesse deciso di scrivere un romanzo ambientato in un periodo storico complesso come quello della Seconda Guerra Mondiale e nello specifico di raccontare la Shoah.

La trama è ben costruita, solida e coerente. La narrazione si sviluppa attraverso il racconto in prima persona del protagonista Hans, di cui conosciamo l’infanzia berlinese attraverso alcuni flashback.

L’ambientazione è resa sufficientemente bene. L’autrice mostra una documentazione approfondita degli eventi storici che le consentono di infondere credibilità alla storia. Tuttavia, la scelta di alcuni termini come “supermercato” e “gel” in cui mi sono imbattuta nella lettura, a mio avviso anacronistici, mi ha estraniata dal contesto storico in modo spiacevole e inaspettato. Avrei optato per una scelta lessicale più coerente al periodo narrato.

I dialoghi sono molto ben realizzati, utili all’avanzamento della storia e in equilibrio rispetto alla narrazione.

La vicenda è narrata attraverso il punto di vista del soldato tedesco. In alcuni punti, per la scelta di un certo lessico più femminile e fanciullesco, ho avuto l’impressione di sentire più la voce del narratore che quella del protagonista. Mi riferisco a termini quali “animaletto”, “alberello” e “casetta” che a fatica riuscirei a immaginare come venute fuori dalla bocca di un uomo adulto e soldato per giunta. Inoltre non mancano alcune incoerenze che un più approfondito lavoro di revisione avrebbe potuto evitare. Ad Esempio a pag. 20 si legge: “Le tastai la fronte, era bollente, doveva avere la febbre alta. Sembrava uscita da una cella frigorifera per quanto era fredda”. Sicuramente incongruenze di questo tipo, come altre riscontrate nel corso della lettura, non inficia il lavoro della Spezzano ma ha tuttavia l’effetto di infastidire un lettore più attento.

Questi elementi, assieme ad alcune incoerenze di caratterizzazione psicologica del protagonista, mi hanno lasciato un po’ perplessa. Al di là di quelle che possono essere le contraddizioni interiori e i dubbi che giustamente attraversano Hans, ho trovato alcune sue riflessioni ridondanti e non sempre coerenti, a volte confuso nelle sue digressioni, il che ha reso il personaggio debole e pertanto non del tutto credibile. Anche i personaggi di Marie e Victoria, la donna amata da Hans, avrebbero potuto ricevere una cura maggiore. Nel caso del personaggio della bambina, ad esempio, non emerge a sufficienza il sentimento di sofferenza per la perdita della famiglia, aspetto che nella realtà invece ci si attenderebbe in una situazione del genere. Questo ha contribuito a rendere il personaggio piatto e puramente strumentale ai fini della narrazione. I comprimari sono abbastanza ben delineati.

La non approfondita introspezione psicologica dei personaggi, alcune incoerenze logiche e il riscontro di non poche ripetizioni, hanno tolto scorrevolezza e parte del piacere alla lettura. Non mi hanno permesso di entrare in empatia con i personaggi e di sentirmi coinvolta dalla narrazione.

Si tratta tuttavia di un libro con delle buone potenzialità considerando che è stato scritto da una ragazza molto giovane e non ancora pienamente formata come scrittrice. Sicuramente come esordio è da incoraggiare ma Hans Mayer e la Bambina Ebrea potrebbe esprimere al meglio il proprio potenziale con un lavoro di editing e revisione di bozze ulteriori.

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Titolo: Hans Mayer e la Bambina Ebrea
Autore: Eleonora E. Spezzano
Casa Editrice: Bonfirraro Editore
Anno di edizione: 2020
Genere: narrativa
Pagine: 396
Voto: 2,5/5

Eleonora E. Spezzano, quattordici anni, vive a Reggio Calabria e frequenta il Liceo Classico “F. Campanella”. Sin da piccola ha nutrito una grande passione per la poesia e nella scrittura riversa tutti i suoi pensieri. Con il tempo è cresciuto, insieme a lei, anche il suo amore per i libri, che è iniziato con la bellissima saga de Le Cronache di Narnia, che ha letto in quattro o cinque giorni, passando dalle grigie case di Londra, insieme allo sfortunato Oliver Twist, alla villa di Miss Peregrine dove ha conosciuto “i ragazzi speciali”. Frequenta il quinto anno di pianoforte al conservatorio “Francesco Cilea”. Hans Mayer e la bambina ebrea è il suo romanzo d’esordio.

DIFENDERSI. Una Filosofia della Violenza – ELSA DORLIN [Collaborazione]

Cosa fa la violenza, giorno dopo giorno, alle nostre vite, ai nostri corpi e ai nostri muscoli? E a questi ultimi, a loro volta, cosa è consentito fare all’interno della violenza e attraverso di essa?

Questa la domanda che sottende all’analisi storico-sociale che Elsa Dorlin elabora ricostruendo una genealogia dell’autodifesa. L’autrice focalizza l’attenzione su quei momenti cruciali che hanno segnato un passaggio alla violenza difensiva e che non possono essere letti attraverso la lente politica e morale della legittimità. Il comune denominatore di tali passaggi alla violenza difensiva risiede nella tutela della vita: l’uso della violenza fisica è concepito come necessità vitale, che si incarna in prassi di resistenza.

Chi ha il diritto di difendersi per il fatto di disporre di un’arma? Chi al contrario è escluso da questo potere?

La storia ci ha messo di fronte a quella linea di confine che ha opposto “corpi degni di difendersi” a coloro che, in quanto disarmati o resi disarmati, rimangono preda della violenza del potere dominante. Durante il periodo schiavista era proibito agli schiavi di trasportare qualsiasi oggetto che potesse fungere da arma offensiva. Questo processo traeva forza dalla condizione propria dell’essere schiavo come colui che non godeva del diritto e del dovere di conservazione di sé: gli schiavi non avevano più vita, avevano solo un valore. In Algeria, nel XIX secolo, lo stato coloniale proibiva le armi agli indigeni, dando ai coloni i diritto di armarsi, quello che l’autrice definisce come il “diritto di uccidere contro soggetti a mani nude”. Elsa Dorlin mette in luce come questo disarmo organizzato dei subordinati a vantaggio di una minoranza con il diritto di possesso e uso impunito delle armi, ponga una questione dell’uso della violenza per la difesa di ogni movimento di liberazione.

Ripercorrere la storia dell’autodifesa significa innanzitutto prendere in considerazione il concetto di “difesa del sé” attraverso due definizioni in antitesi tra loro: quello di legittima difesa e di autodifesa. La prima fa capo ad una tradizione giuridico-politica dominante. Sancisce che un corpo è degno di difendersi e pertanto è legittimato al porto d’armi e all’uso della violenza sotto “il paravento” della legittimità. Nel corso del libro viene messo in luce come una “tecnologia del potere” abbia utilizzato questa logica difensiva per salvaguardare la propria esistenza. La seconda, l’autodifesa, trae origine dal un substrato delle “etiche marziali di sé”, che nel corso della storia hanno attraversato quei movimenti politici per i quali l’uso della violenza per difendersi ha incarnato una necessità di sopravvivenza, divenendo prassi e loro punto di forza:

Edith Garrud promuove l’autodifesa come una tecnica incorporata che ha la vocazione di diventare una “seconda natura” – non è il mezzo per conquistare l’uguaglianza, è un processo continuo di incorporazione, di realizzazione, di uguaglianza.

Elsa Dorlin, nel suo percorso di ricostruzione storica, non attinge agli eventi più eclatanti, bensì mette in evidenza quelle lotte in cui i corpi stessi dei dominati hanno costituito l’essenza della memoria di questa subcultura: i saperi e le tradizioni dell’autodifesa schiava, la prassi dell’autodifesa femminista, le tecniche di combattimento elaborate nell’Europa dell’Est dalle organizzazioni di Ebrei contro i pogrom; e ancora il movimento delle Black Panters e le pattuglie di autodifesa queer negli anni ’70.

L’autrice propone un’analisi fondamentale per interpretare ciò che ancora oggi viene perpetrato, nonostante gli insegnamenti della storia: il rovesciamento del senso dell’attacco e della difesa. La cronaca contemporanea lo dimostra: alcune vite vengono considerate di così poco valore che è possibile linciare un tassista nero (Rodney King), disarmato, sostenendo che fosse aggressivo e minaccioso nel momento in cui cercava di ripararsi dai colpi di manganello e dalle scosse elettriche del teaser degli agenti (più di venti sul luogo dell’arresto), rimasti impuniti.

Difendersi di Elsa Dorlin è un libro di grande levatura e raffinata analisi, che mi ha offerto un’importante occasione di riflessione sulla storia e sulla realtà in cui vivo.

Un’argomentazione densa, che ci porta a comprendere perché

non possiamo chiederlo gentilmente.

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Titolo: DIFENDERSI
Autore: Elsa Dorlin
Traduzione: Annalisa Romani
Casa Editrice: Fandango Libri
Anno di edizione: 2020
Genere: saggio
Pagine: 304
Voto: 5/5

Elsa Dorlin è professoressa di Filosofia all’Università di Parigi VIII. È autrice di La matrice de la race. Généalogie sexuelle et coloniale de la Nation française (La Découverte, 2006, 2009) e Sexe, genre et sexualités. Introduction à la théorie féministe (PUF, 2008). È una delle collaboratrici del lavoro collettivo Vulnerability in Resistance (Duke U.P., 2016).

Bitter Crop: l’arte di Lady Day

Vi siete mai domandati perché Billie Holiday è considerata la regina del jazz?
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Conosciuta anche per la seduzione spesso suscitata dalla sua vita tragica, segnata dalla scimmia della droga e dell’alcol, oltre che da storie d’amore fallimentari, Billie Holiday è considerata tra le più grandi stelle indiscusse del jazz e probabilmente anche oltre questi confini.

Nata a Filadelfia il 7 aprile 1915 (non a Baltimora come scritto nelle sue biografie più datate) Billie Holiday è conosciuta ai più anche per la sua vita tragica segnata da un destino di solitudine. Lo stesso film del 1972 ispirato alla sua autobiografia “Lady Sings The Blues” scritta dal ghost writer William Dufty, seppure abbia avuto il pregio di riportare in auge la cantante, mise in evidenza i lati più tormentati della sua vita, fornendoci un’immagine di Billie Holiday a mio avviso troppo lontana dalla sua arte: Billie Holiday è stata molto più che sofferenza, riformatori, aghi di eroina e amori disperati. La sua voce ha influenzato intere generazioni di cantanti – e musicisti – fino ai giorni nostri, incarnandosi in vera e propria esperienza umana.

In questo articolo voglio riflettere sull’arte di Billie. Vi rimando alle sue biografie per approfondire la storia della sua vita nell’ottica di conoscere il contesto storico-culturale e sociale in cui è cresciuta e comprendere maggiormente da dove potesse scaturire la sua dirompente potenza espressiva, seppure sia impossibile conoscerne fino in fondo l’origine, destinata a rimanere un vero e proprio mistero artistico.

L’ascolto della musica è soggettivo, lo sappiamo bene. Ognuno ha i suoi gusti e le sue “orecchie”. Tuttavia vorrei fornirvi qualche suggerimento su come ascoltare la musica di Lady Day. Per chi si avvicina al jazz, non sempre è facile riuscire a cogliere degli aspetti fondamentali che possono essere decisivi nello scegliere se continuare la scoperta di questo mondo oppure lasciar perdere. Vorrei farvi comprendere quale sia stata la rivoluzione che ha portato nella vocalità jazz: dopo di lei infatti nulla è stato come prima. ⁠

Gunther Shuller, analizzando l’arte solistica di Billie Holiday si chiede prima di tutto che cosa si possa intendere per cantante jazz, quali possano essere i criteri con cui definire una cantante di di questo genere. Il critico e musicista prende in considerazione l’inventiva, lo stile personale, la capacità di sapere improvvisare (anche se non sempre messa in mostra) e l’abilità nel rielaborare il materiale musicale plasmandolo a seconda della propria personalità e sensibilità musicale. Se avete mai ascoltato qualche disco di Billie Holiday penso che troverete ognuna di queste caratteristiche nella sua voce, sebbene lei sia riuscita a trascendere queste categorie incarnando nella sua arte la propria esperienza di vita, facendo della sua voce il suo documento umano.

Ciò che amo fare è ascoltare i dischi dei cantanti nella loro produzione giovanile e poi quelli registrati in età più matura. Questo per coglierne l’evoluzione vocale. Provate a farlo: ascolterete tutta la loro vita. La produzione discografica di Billie Holiday ne è un esempio lampante. Se ascoltate le sue prime incisioni (vi rimando ai box sotto per una bibliografia e alcuni consigli su dischi e documentari) verrete travolti (forse anche sorpresi) dalla sua energia ritmica, dalla vitalità contagiosa e dalla fresca leggerezza del suo timbro da ancia: abbellimenti, impennate, cadute, torsioni con cui infonde realismo alle parole della canzoni. Una voce che ricorda ora il suono del corno inglese, ora piuttosto quello di una tromba sordinata, ora è freddo e in altri momenti ti travolge per profondità e calore. Un timbro dai contrasti chiaro-scuri per mettere in rilievo note, parole, emozioni, esperienze di vita che danzano in un timing che è istinto puro. A partire dagli anni ’40 la sua voce inizia a trasformarsi, risentendo del suo stile di vita autodistruttivo. La voce è viva, è lo strumento più delicato che esista. Cresce e cambia con noi, non solo nel nostro diventare adulti ma risente delle esperienze felici o dolorose che ci segnano nel corpo come nell’animo. La voce parla di noi, dice la verità su chi siamo. Questo avvenne per Billie. Se ascoltate i suoi dischi da questi anni in poi sentirete una voce progressivamente più rauca, dura, disillusa addirittura manieristica nell’uso di quegli abbellimenti che suonavano così freschi in gioventù. La sua voce si abbassa, perde di intonazione, si spezza e diventa ruvida. Anche il suo repertorio si restringe: gli arrangiamenti dei brani vennero abbassati di uno o di due toni. Mantenne tuttavia una profonda carica emotiva.

Billie Holiday ha segnato un momento di profonda innovazione nella vocalità femminile: cosa ha dunque introdotto nel jazz?

Sicuramente l’arte di plasmare e ri-comporre, nel senso più tecnico del termine, la canzone data per cantarne qualcosa di estremamente personale. Questo avveniva attraverso la rielaborazione melodica e ritmica e l’uso di abbellimenti vocali. Aveva un grandissima abilità non solo mnemonica nell’imparare velocemente le canzoni, ma anche nel ri-comporle. Non si limitava esclusivamente ad interpretare la canzone ma, in un’operazione tutt’altro che lasciata all’improvvisazione estemporanea, le sue variazioni sulla partitura erano predeterminate. Lo ha rivelato uno studio comparativo sulle matrici scartate di alcune registrazioni: le versioni tra loro presentano pochissime variazioni. Billie modificava la melodia data in modo estremamente efficace ed espressivo con un approccio prima di tipo strumentale e poi tematico sul testo. Questa rielaborazione del materiale di partenza avveniva da un lato per gusto personale e dall’altro per esigenze vocali. Billie Holiday aveva una limitata estensione vocale che andava dal fa sotto al do centrale al do un’ottava sopra mentre il range in cui si sentiva più a suo agio era dal sol sotto al do centrale al la sopra:

Estensione vocale di Billie Holiday Range in cui si sentiva più a suo agio

Spesso riduceva la melodia ad una nuda essenza, in un’economia e purezza espressiva che può trovare un corrispettivo strumentale nel sax di Lester Young, il “soul mate” di Billie. Billie Holiday riusciva ad andare al di là del materiale dato della canzone fino a forgiarlo, infondendogli qualsiasi stato d’animo. Una canzone triste poteva diventare allegra e viceversa. Per questa sua tendenza a riplasmare ritmo e melodie alcuni impresari di Broadway e case editrici non le lasciarono toccare le loro canzoni, proprio per il timore che venissero modificate rispetto all’originale.

Un’altra caratteristica del suo stile è la quasi totale assenza del vibrato che utilizza di rado solo per ottenere alcuni effetti specifici, retaggio del canto africano che ne è privo.

Ascoltando la voce di Billie Holiday possiamo cogliere alcuni tratti dello stile dei musicisti con cui è cresciuta e che l’hanno influenzata. Una cantante che ascoltò fu Mildred Bailey (1907-1951), la maggior cantante bianca degli anni ’30. Provate ad ascoltare la sua Honeysuckle Rose. Probabilmente ritroverete nella giovane Billie una eco delle sue inflessioni “acidognole”. Sicuramente Billie venne influenzata dalla cantante di blues Bessie Smith, dalla quale apprese lo stile ed alcune tecniche per poi elaborarle in un modo del tutto personale. Ricordiamo che Bessie Smith aveva un’estensione vocale ridotta rispetto a quella di Billie. Sicuramente Lady Day assimilò i suoi “respiri” e quell’economia delle note che veniva controbilanciata dalla varietà ritmica e dalle inflessioni, ciò che poi divenne il suo caratteristico “stirare” le note. Il tono antisentimentale dell’esecuzione, spinto da Billie ancora più allo stremo nel conferire al suo canto questa sorta di distacco dal testo della canzone e per cui la sua espressività diventa ancora più pungente. Sicuramente gli abbellimenti cui ho accennato prima, seppure in Bessie Smith siano tragici, quasi dei lamenti, in Billie diventano agili, briosi e perfino irriverenti. Ciò che differenzia le due cantanti è che la Holiday non era una cantante di blues. Affrontò di rado questo genere seppure il suo canto sia intriso di blues. Se ascoltate la versione di “Fine and Mellow” potrete sentire, seppur rielaborato, il tempo lento, l’assenza di vibrato, l’ambito ristretto, il carico di angoscia, il distacco dalle emozioni che ritroviamo in Bessie. L’esecuzione di Billie della canzone “Strange Fruit” del 1939 ricorda l’opera tarda di Bessie Smith. Incisa dall’etichetta Commodore, dopo essere stata rifiutata dalla casa Brunswick, venne censurata dall’inglese BBC e le stazioni americane furono molto prudenti nel trasmetterla. Scritta in tonalità di Si bemolle minore “Strange Fruit” è una canzone, una poesia, struggente nel suo realismo, contro i linciaggi dei neri perpetrati nel sud degli USA. A partire da questo momento, a parte rare eccezioni, le registrazioni di Billie sono caratterizzate da tempi lenti e depressi. Un esempio è “Gloomy Sunday”.

Ad influenzare lo stile di Billie Holiday fu certamente Louis Armstrong da cui prese sia l’approccio strumentale che alcuni elementi del canto. la libertà improvvisativa, del fraseggiare come uno strumento plasmando le parole alla sua volontà musicale. Billie non interpretava una canzone, la creava in un processo in cui la melodia si piegava ad un impulso creativo prima di tutto strumentale. Billie era una cantante-strumentista, che dava il meglio di sé (e si sente nelle sue registrazioni giovanili) se circondata da grandi solisti con cui dialogare in una dimensione collettiva, non era una solista da concerto. I dischi dagli anni ’40 in poi, con fondali arrangiati, risentono di una minore libertà espressiva e ritmica della Holiday in questo senso. Nello stile canoro prese da Armstrong le inflessioni vocali, l’articolazione del testo, un senso moderno dello swing.

Ci sarebbe ancora moltissimo da scrivere su Billie Holiday e la sua musica, maa ora è tempo di far parlare la sua musica, con la speranza di avervi fornito qualche elemento in più, seppure non esaustivo, con cui accogliere la sua arte:

Aveva vissuto per 44 anni una vita di sfide. 
Combattuto per cantare a modo suo la musica che amava.
Jazz.
La sua linfa vitale.
Il jazz era il suo amante.
Era dentro alle molte canzoni che aveva scritto.
Ispirava la sua incredibile bellezza.
Proteggeva il suo misterioso talento.
Il jazz dava a Billie la forza di volare.
Il 17 luglio del 1959 
il cuore cominciò a cedere.
Poi il fegato.
Poi i reni.
Troppo debole per combattere ancora il dolore
lo spirito di Lady Day
seguì la via della leggenda.

Morì Billie, quattro mesi dopo Lester Young, la sua anima gemella musicale. Si dice che il suo conto in banca ammontasse a settanta centesimi. Ma non tocca a noi giudicare la sua vita, credo sia nostro compito accogliere il suo lascito artistico ineguagliabile, facendo rivivere e risuonare la sua voce nelle corde dalla nostra anima.

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Alcuni suggerimenti :

DISCHI:

The Complete Billie Holiday On Columbia 1933-1944

The Ben Webster/Harry Edison Session, 1957. Sono incluse anche tracce dello stesso periodo, registrate live al Newport Jazz festival.

Lady In Satin, Columbia, 1958. Penultimo album. L’ultimo è Billie Holiday del 1959 uscito appena dopo la sua morte.

LIBRI:

La Signora Canta Il Blues, Billie Holiday, Universale Economica Feltrinelli, 2013.

Lady Day. La vita e i tempi di Billie Holiday, julia Blackburn, Il Saggiatore, 2007.

Il jazz. L’era dello Swing. I grandi solisti, Gunther Schuller, EDT, 2008.

Una canzone per Billie Holiday, Alexis De Veaux, Selene Edizioni, 2004.

Lady Day. La vita e le canzoni di Billie Holiday, Paola Boncompagni, Stampa Alternativa, 1998.

DVD:

Billie Holiday – The ultimate collection

FILMATI:

Symphony In Black – A Rhapsody of Negro Life (1935) | Duke Ellington & Billie Holiday

The Sound Of Jazz (Cbs 1957)

Billie Holiday – Fine And Mellow – The Sound of Jazz

Billie Holiday – “Strange Fruit” Live 1959

Lady sings the blues , 1972 Film con Diana Ross

Billie Holiday – A Sensation, regia Katja Duregger – documentario

Queens of Jazz The Joy and Pain of the Jazz Divas BBC DOC. – documentario

La Prossima Volta il Fuoco – James Baldwin

Noi non saremo liberi fino a quando gli altri non lo saranno.

Sono dirompenti le parole con cui James Baldwin apre uno squarcio all’interno della questione razziale, parole che trasudano una profondità di pensiero che solo può derivare da una memoria scritta sulla propria pelle. Passando attraverso la sua esperienza autobiografica, l’autore punta al cuore del controverso e infuocato dibattito che ha attraversato gli Stati Uniti negli anni ’60 riguardo alla lotta per i diritti civili. Momento che ha segnato una tappa fondamentale verso l’emancipazione del popolo afroamericano.

Pubblicato nel 1963 La Prossima Volta il Fuoco elabora una raffinata e chirurgica analisi della società americana, mettendo in luce le forti contraddizioni di un sistema che con una mano impugna la bandiera della libertà e con l’altra, dietro alla parola “integrazione”, soffoca la coscienza di un’intero popolo, confinandolo in un ghetto tomba del suo destino:

Questo paese innocente ti ha confinato in un ghetto, e in questo ghetto è stabilito che tu marcisca. Sarò più preciso, perché qui è il nocciolo della questione, è qui l’origine della polemica mia col mio paese: tu sei nato dove sei nato e hai di fronte a te il futuro che hai perché sei nero, per questa e per nessun’altra ragione.

Lo scrittore statunitense pone l’accento su come un intero popolo, privato del senso del proprio valore, rappresenti il prodotto più pericoloso di una società. Fino a che punto infatti potrà spingersi colui che non ha più nulla da perdere? Di qui il rifiuto delle tesi di movimenti, come ad esempio quello della Nation of Islam, che fondano la libertà degli afroamericani su un’idea di razzismo al contrario:

La glorificazione di una razza e la conseguente degradazione di un’altra – o di altre – ha sempre spianato la strada al delitto.

Baldwin, auspica la libertà del proprio popolo all’interno degli Stati Uniti ma questo deve avvenire attraverso la salvaguardia della dignità e delle anime della propria gente, rifiuta pertanto qualsiasi tentativo da parte dei neri di fare ciò che è stato loro inflitto. In questo risiede il potente messaggio del suo pensiero. L’autore è fermamente convinto che l’occasione per il popolo americano di riscattarsi dalle ombre di un passato atroce sia quello dell’amore. Amore inteso come aspirazione universale a cercare, osare ed evolversi. Gli afroamericani potranno essere liberi solo una volta che l’uomo bianco si sarà liberato dalla tirannia del suo passato, solo una volta che avrà accettato di riesaminare ciò in cui è convinto di credere, accettando di essere giudicato da chi bianco non è e di essere visto nella sua vera realtà:

Il bianco d’America proietta sul negro le proprie intime paure ed aspirazioni, quelle che lui stesso non riconosce e che gli sembrano incomunicabili. L’unica maniera per liberarsi dalla tirannica influenza che il negro esercita su di lui è di accettare, a tutti gli effetti, di diventare negro egli stesso, di diventare parte di quella nazione martoriata e danzante…

Il prezzo della liberazione dei bianchi è la libertà dei neri. Per diventare realmente una nazione hanno bisogno gli uni degli altri.

Quella di James Baldwin è un’indagine che guarda al futuro del popolo americano attraverso gli occhi della riconciliazione, possibile solo attraverso l’accettazione e il riconoscimento da parte dei bianchi delle atrocità commesse. Solo se non verranno meno al proprio dovere, i due popoli saranno in grado di porre fine all’incubo razziale e cambiare in questo modo la storia. Se non avranno il coraggio di realizzare questo incontro non faranno altro che fomentare l’odio e la separazione, adempiendo a quella profezia biblica divenuta poi un canto di schiavi:

Dio mandò a Noè il segno dell’arcobaleno. Non più acqua: la prossima volta il fuoco!

Titolo: La Prossima Volta il Fuoco
Autore: James Baldwin
Traduzione: Attilio Veraldi
Casa Editrice: Fandango Libri
Anno di edizione: 2020
Genere: saggio
Pagine: 118
Voto: 5/5

James Baldwin (1924 – 1987) di Harlem, dopo il diploma si trasferisce al Greenwich Village dove incontra lo scrittore Richard Wright che, resosi conto del suo talento, gli procura una borsa di studio per Parigi. A partire dal 1948 Baldwin vivrà fra il sud della Francia e gli Stati Uniti dove diventa uno degli esponenti più autorevoli del movimento per i diritti civili. Autore prolifico, saggista, drammaturgo e romanziere, nella sua scrittura si intrecciano i temi dell’omosessualità, del razzismo e del blues. Fandango Libri sta ripubblicando l’intera opera dell’autore. Nel 2017 è uscito La stanza di Giovanni, nel 2018 Se la strada potesse parlare e nel 2019 Un altro mondo