La Canzone di Achille, Madeline Miller, Marsilio Editori

Era una strana guerra. Non occupavamo territori, non prendevamo prigionieri. Era soltanto una questione d’onore, uomo contro uomo.

La canzone di Achille è un libro che ho letto la scorsa estate, sulla scia dell’entusiasmo che questa particolare rivisitazione dell’Iliade o meglio, di una sua parte, ha riscosso sui social, in particolare su Instagram. Da amante dei poemi omerici e nostalgica degli studi al liceo, ho deciso di immergermi in questo mondo di divinità, semidei, umani, guerra e…il resto era tutto da riscoprire.

Vi anticipo già che, rispetto alle molte e positive recensioni che ho letto, la mia sarà, in parte, una voce fuori dal coro. Sicuramente è stata per me una lettura estremamente piacevole che, come vi spiegherò a breve, mi ha lasciato molto, ma allo stesso tempo non ho potuto fare a meno di riscontrare dei punti deboli.

Madeline Miller apre uno squarcio in quella che è l’Iliade come l’abbiamo sempre conosciuta, raccontando la storia di profonda amicizia prima e di commovente amore poi tra due eroi: Achille e Patroclo.

Le vicende sono narrate in prima persona da Patroclo che esiliato dal padre, senza posizione sociale e senza rango, giungerà alla corte di Achille:

Non ero un soldato costretto all’obbedienza. E non ero nemmeno un eroe della cui abilità si sarebbe sentita la mancanza.

Da adolescenti spensierati vediamo i due eroi crescere e diventare uomini, ma una profezia incombe sul loro amore come un’ombra oscura. La guerra di Troia diventa sempre più inevitabile, Achille decide di parteciparvi anche se ciò significherà andare incontro alla propria morte poiché sa bene che perderà la vita dopo aver ucciso Ettore.

Rispetto al poema omerico l’autrice ci restituisce un’immagine umanizzata dei due eroi, mostrandoci le loro fragilità e le loro paure. Patroclo è insicuro, goffo e per nulla abile nel combattimento; Achille il semidio in conflitto tra l’amore per il compagno, che lo spinge a ritardare per anni l’incontro con Ettore, e il suo orgoglio come àristos Achaion, il migliore tra i Greci: la promessa della gloria eterna che in alcuni momenti offuscherà il suo sentimento.

Il nostro era un mondo di sangue e d’onore – onore che si conquistava con il sangue; solo i codardi non combattevano. Un principe non aveva scelta.

La canzone di Achille si è rivelata una lettura interessante e abbastanza coinvolgente. Sono rimasta piacevolmente colpita dall’originalità della storia. Ho avuto la sensazione di insinuare il mio sguardo tra le pieghe dell’Iliade per conoscere un “dietro le quinte” che Omero non ci aveva svelato. Allo stesso tempo, ritrovare personaggi conosciuti anni fa tra i banchi di scuola si è rivelato un ritorno nostalgico ai miei ricordi di adolescente. Il romanzo è incentrato sulla storia d’amore tra i due eroi ma non mancano assolutamente le scene di guerra, la cui descrizione ho apprezzato in modo particolare. In generale la Miller è stata capace di descrivere le ambientazioni in modo pregevole.

Tuttavia la mia lettura ha risentito di alcuni punti deboli. Prima di tutto ho trovato il linguaggio dell’autrice poco efficace a livello emotivo: la Miller è riuscita a descrivere i sentimenti tra Patroclo e Achille ma non è riuscita a farmeli vivere. Per questo sulle scene finali, di grande pathos, qualcosa non ha funzionato. Per una storia del genere, conoscendomi, avrei aperto i rubinetti e consumato fazzoletti a profusione, ma nulla di tutto ciò è successo. L’epilogo, nella sua tragicità non è stato preparato adeguatamente, non è stato in grado di restituire la forza della passione vissuta dai due protagonisti.

La storia può essere suddivisa in due ritmi narrativi. Il primo più lento, che corrisponde agli anni dell’adolescenza dei due protagonisti, descrive gli anni della leggerezza e della scoperta dei reciproci sentimenti, una parte che ho trovato lenta un po’ faticosa da leggere. La seconda parte, incentrata sulla guerra di Troia e l’epilogo, caratterizzata da un ritmo più sostenuto, l’ho vissuta in modo più coinvolgente e scorrevole. Probabilmente una scelta voluta, che rispecchia i tempi e le fasi della storia narrata.

L’ultimo difetto che ho riscontrato è nella parte finale del racconto, quella dell’incontro tra Teti, madre di Achille e Patroclo. Un momento in cui a mio avviso la narrazione diventa un po’ frettolosa, per la quale avrei gradito una maggiore cura e un tono meno sbrigativo, aspetti che tolgono enfasi alle battute finali.

Nonostante questi aspetti che non mi hanno convinta fino in fondo, si tratta di una lettura che sicuramente consiglio. Vale la pena immergersi tra le pagine di questo romanzo per ritrovare atmosfere lontane come mai ce le hanno raccontate. Dopo questo romanzo mi è venuta la curiosità di leggere ulteriori libri e rivisitazioni di Madeline Miller come ad esempio Circe, una lettura che sicuramente a breve farò.

Quello tra Patroclo e Achille è un amore coraggioso perché, nonostante un fato ineluttabile li condannerà presto alla morte, desiderano vivere l’uno per l’altra per tutto il tempo loro concesso. Un sentimento capace di sopportare il peso di una profezia e accettarla, una passione che nemmeno la guerra riuscirà a dissipare. Un amore che impugna le armi, che scende sul campo di battaglia e lotta fino all’ultimo per l’eternità.

Bruciami e seppelliscimi. Ti attenderò tra le ombre.

Titolo: La canzone di Achille
Autore: Madeline Miller
Traduttori: Matteo Curtoni e Maura Parolini
Casa Editrice: Marsilio Editori
Collana: Universale economica Feltrinelli
Anno di edizione: 2020
Genere: narrativa contemporanea
Pagine: 382
Voto: 3,5/5

Madeline Miller Ha un dottorato in lettere classiche alla Brown University e ha insegnato drammaturgia e adattamento teatrale dei testi antichi a Yale. Il suo primo romanzo, La canzone di Achille (Sonzogno, 2013), è stato un successo internazionale, ha vinto l’Orange Prize ed è stato tradotto in venticinque lingue. Pubblicato negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel 2018, Circe (Sonzogno, 2019) ha scalato le classifiche dei libri più venduti del New York Times e del Sunday Times ed è stato “libro dell’anno” per le principali riviste letterarie americane.

Musica Dentro, Paolo Fresu

“La bellezza di quella musica era racchiusa nel suo essere imperfetta, umana, profonda e al tempo stesso misteriosa: la profondità stava nel suono, il mistero nel silenzio. Due elementi apparentemente inconciliabili ma di fatto indissolubili. Se non c’è suono e non c’è silenzio, non c’è musica”.⁠

Come il giorno non potrebbe esistere senza la notte, il sole senza la luna. Ciò che ho imparato nella mia esperienza di cantante jazz è stato anche quello di ascoltare i silenzi: tra una frase e l’altra, tra una parola e l’altra, e percepirne la dirompenza…a volte più delle note stesse. ⁠

I silenzi, gli spazi, come respiri dell’anima. Il jazz rivela tutto questo e molto altro. È un’esperienza di vita, che segna un profondo percorso interiore. Una continua scoperta di sé, del suono della propria voce.

Jazzista di fama internazionale, Paolo Fresu racconta il suo intimo rapporto con la musica e il percorso che lo ha fatto crescere come musicista, attraverso passione, umanità e dedizione. Soprattutto amore. La musica, e il jazz in particolare, mettono di fronte a tante sfide non solo musicali ma anche personali, allo stesso tempo possono regalare momenti indimenticabili di condivisione e importanti occasioni per conoscere sé stessi. ⁠

Un libro per tutti, non solo musicisti o appassionati di jazz, ma per chiunque sia alla ricerca di una storia autentica, che prima di tutto racconta quanto possa essere fondamentale il rapporto con le proprie radici per dispiegare le ali.

Un libro per tutti, perché ognuno di noi ha la sua “musica dentro”.

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Titolo: Musica Dentro
Autore: Paolo Fresu
Casa Editrice: Feltrinelli
Anno di edizione: 2009
Genere: saggio
Pagine: 185
Voto: 3,5/5

L’Età Dell’Innocenza – Edith Wharton

Il sapore delle cose cui era abituato aveva il sapore della cenere, e c’erano momenti durante i quali sentiva come se lo seppellissero vivo dentro il suo futuro.

L’Età dell’Innocenza è la fotografia ingiallita di una New York ovattata e spazzata via dall’irrompere della modernità. Una società conservatrice, rassicurata nelle antiche e perpetrate abitudini, in cui le antiche regole della decenza guidano gli apatici destini dei personaggi. Un mondo placido e sornacchioso, circoscritto nello spazio e nelle relazioni di una città che appare come un villaggio e la cui quotidianità è scandita dalla ripetitività di convenevoli che si avvalorano nell’abitudine e nell’assoluta esclusione dell’imprevisto.

Ma cosa succede quando la sicurezza, dettata dalla conformità alla disciplina e ai valori universalmente condivisi dal mondo che ti circonda, e in cui tu credi fervidamente, viene scardinata con la medesima imprevedibilità e dirompenza di un fulmine, che squarcia il cielo in una placida notte estiva? E questo lampo improvviso, cosa rivela allo sguardo e al cuore? E’ quello che succede a Newland Archer, giovane pacato avvocato adeguatamente conformato e intonato alla disciplina ristretta della sua società come i seriosi mobili di Eastlake accuratamente intonati alla carta da parati scura della sua amata biblioteca di casa.

Un matrimonio già deciso in arrivo, il suo, con la giovane ed educata May, anche lei soprammobile adeguatamente intonato alla tappezzeria; incastonata nel ruolo di moglie accomodante e silente custode di tutte le vecchie tradizioni e convinzioni. E proprio il matrimonio, sigillo di fedeltà alla tradizione, garanzia definitiva e irrevocabile di un sistema di valori legati all’apparenza, rischia di essere messo in discussione.

Ellen Olenska, cugina di May, è il nome di quel fulmine che sradica come un uragano tutto il mondo artefatto di Archer. In una realtà in cui il matrimonio era un dovere che nulla aveva a che fare con l’amore, gli occhi del protagonista si spalancano come risvegliato bruscamente da un lungo sonno, per osservare le macerie di un mondo di cartapesta sgretolatosi fra le sue mani. Proprio Ellen incarna lo strappo alle regole: con il suo comportamento impulsivo, la trasparenza e la spontaneità dei suoi sentimenti.

Il libro racconta il percorso interiore di un Archer per cui:

conformarsi alla disciplina di una società ristretta era diventato quasi una seconda pelle. Lo ripugnava fare qualcosa di melodrammatico e appariscente, qualcosa che il signor van der Lyden avrebbe deprecato e il palco del circolo giudicato come pessime maniere. Ma di colpo era diventato inconsapevole del palco, del signor van der Lyden, di tutto quello che per così tanto tempo lo aveva racchiuso nel caldo rifugio dell’abitudine.

Di qui i suoi tentativi di sposare Ellen, tentativi puntualmente schiacciati dall’inesorabilità di un destino già sancito dalle convenzioni sociali. Non potrà fare altro che soccombere al senso del dovere, accettando il matrimonio con una donna che non ama:

Sapeva di aver perso qualcosa: il fiore della vita. Quando pensava a Ellen Olenska, lo faceva in astratto, serenamente, come si può pensare a un amore immaginario in un libro o in un quadro: era diventata la visione composita di tutto quel che aveva perduto.

Verso la risoluzione della trama, nelle parole di un Archer ormai invecchiato e immerso nei rimpianti soffocati di una vita inespressa, echeggia la voce dell’autrice che, pur sottolineando con analisi critica e ironica l’apparente assurdità e frivolezza di quel mondo, il mondo di quando era bambina, gli rivolge tuttavia uno sguardo tenero, come verso il ricordo di un’infanzia persa nel tempo che si sa, non potrà più tornare:

Quando si guardava attorno, rendeva onore al proprio passato, e lo rimpiangeva. Dopo tutto nelle vecchie usanze c’era del buono.

Arrivata all’ultima pagina sentivo che il cuore mi batteva dall’emozione…quando succede questo significa che abbiamo a che fare con una storia solida che è riuscita a coinvolgerci a tal punto da farci provare le emozioni del protagonista stesso.

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Titolo: L’Età Dell’Innocenza
Autore: Edith Wharton
Traduttore: Sara Antonelli
Casa Editrice: Feltrinelli
Anno di edizione: 2017
Genere: Narrativa Classica
Pagine: 378 p.
Voto: 4,5/5

Edith Newbold Jones Wharton (New York, 24 gennaio 1862 – Saint-Brice-sous-Forêt, 11 agosto 1937) è stata una scrittrice e poetessa statunitense. Di famiglia ricchissima, nel 1885 sposa il banchiere Edward Wharton. Dopo la separazione dal marito si trasferisce in Francia, dove stringe amicizia con i maggiori scrittori e intellettuali del tempo, come Henry James, Sinclair Lewis, Jean Cocteau e André Gide. Nel 1902 pubblica il suo primo romanzo The Valley of Decision, cui seguono nel 1905 La casa della gioia, nel 1911 Ethan Frome e nel 1920 L’età dell’innocenza, le sue grandi opere. Fu la prima donna a vincere il premio Pulitzer per il romanzo L’età dell’innocenza (The Age of innocence) nel 1921. Muore in Francia nel 1937.