Cambiare L’Acqua ai Fiori – Valerie Perrin

L’autunno è una ninnananna per la vita che tornerà.

Quanta forza, quanto desiderio dirompente di vita può nascondersi nel fiore che attende la primavera? In un cuore che affronta la perdita e sceglie di non lasciarsi andare nell’abisso della disperazione? Violette, la protagonista di Cambiare L’Acqua ai Fiori, ci mostrerà proprio questo: come è possibile resistere agli urti violenti della vita se nel proprio animo si coltiva la forza di donarsi, di condividere, anche il dolore.

Guardiana di un cimitero della Borgogna, Violette Toussaint, si prende cura non solo dei fiori e delle piante che ornano le tombe, segno ultimo di volti che non sono più se non nel ricordo, quanto piuttosto delle tante persone che passando dalla sua casetta accogliente, si recano a trovare i propri congiunti ormai trapassati. C’è sempre una parola di conforto, a volte anche il silenzio, che con un caffè caldo darà la possibilità a queste persone di raccontarsi e svelare i segreti della propria storia. Ma anche Violette ha il suo passato, fatto di amore sempre inseguito e mai corrisposto. Un giorno un poliziotto farà irruzione nella sua sua vita, presentandosi con una richiesta insolita: sua madre recentemente scomparsa, ha espresso la volontà di essere sepolta in quel paesino, nella tomba di uno sconosciuto signore del luogo. Da questo momento si dispiegherà una storia nelle storie, che come un bocciolo rivelerà a poco a poco legami fino allora taciuti tra vivi e morti e mostrerà quanta vita in realtà ci sia dietro alla morte.

Mi piace ridere della morte, prenderla in giro. E’ il mio modo di esorcizzarla, così si dà meno arie. Burlandomi di lei permetto alla vita di prendere il sopravvento, di avere il potere.

Valerie Perrin ci fa conoscere l’evoluzione di una donna che nella resilienza sprigiona una profonda forza d’animo. Non è stata amata Violette, per gran parte della sua vita, ma nonostante questo è sempre stata capace di donarsi. Conosciamo l’evoluzione di un personaggio che seppure apparentemente sembrerà soccombere agli aventi della vita, il suo restare in piedi di fronte alle tempeste, il suo piegarsi senza mai spezzarsi sarà ciò che le permetterà di rinascere. Riuscire a guardare la vita davanti a sé, perché prima o poi la primavera arriva sempre.

Cambiare L’Acqua ai Fiori è un libro che racconta l’importanza della condivisione per non cadere nella disperazione della solitudine. Donarsi agli altri è ciò che infonde valore alla nostra esistenza e che può farci superare la perdita di una persona amata. È un riparo sicuro dietro cui attendere che passi l’inverno. La storia di Violette, come quella degli altri personaggi che in qualche modo si intrecciano con la sua vita, mostrano come il passato, se non accettato, possa rappresentare un ostacolo nel vivere e far germogliare il presente. Ci sono alcuni dolori che non si potranno mai rimarginare ma siamo sempre davanti ad una scelta: se soccombere di fronte a questi o accettarli, viverli, per poter finalmente realizzare il proprio futuro.

Il passato è il veleno del presente. Rivangare vuol dire un po’ morire.

Una vita senza condivisione è una vita destinata alla disperazione. Violette ci fa comprendere come si possa ritrovare la forza di sorridere aggrappandosi all’essenzialità delle piccole cose. Il prendersi cura è ciò che può ricondurci alla felicità e farci riappacificare anche con chi ci ha fatto del male.

Cambiare L’Acqua ai Fiori è un libro che suona la ninnananna dell’autunno in attesa della vita che tornerà. Una storia dentro altre storie che raccontano l’importanza del donarsi, del vivere nell’essenziale. ⁠
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E’ strano come di fronte alla morte i pensieri vadano a rifugiarsi sui ricordi più semplici. Come se la nostra mente avesse bisogno di resettare tutto per non impazzire, di aggrapparsi a quei gesti piccoli che ci riportano lentamente alla cura e all’amore per la vita, come spalancare la finestra facendo entrare l’aria fresca, come cambiare l’acqua ai fiori. ⁠

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Titolo: Cambiare L’Acqua ai Fiori
Autore: Valerie Perrin
Traduzione: Alberto Bracci Testasecca
Casa Editrice: Edizioni E/O
Anno di edizione: 2019
Genere: romanzo
Pagine: 476
Voto: 5/5

Valérie Perrin lavora da sempre nel mondo del cinema e per anni è stata fotografa di scena delle più importanti produzioni cinematografiche francesi, tra cui quelle del marito Claude Lelouch. Con Cambiare l’acqua ai fiori ha vinto il Prix Maison de la presse, il Prix Jules-Renard e il Prix des lecteurs du Livre de poche.

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🖤 "Perché si va verso certi libri come si va verso certe persone? Perché siamo attratti da determinate copertine come lo siamo da uno sguardo, da una voce che ci sembra conosciuta, già sentita, una voce che ci distoglie dal nostro percorso, ci fa alzare gli occhi, attira la nostra attenzione e cambierà forse il corso della nostra esistenza?" 🖤⁠ ⁠ È stato proprio così. Come andare verso una persona che mi avrebbe accompagnato ad affrontare un momento difficile, di perdita.⁠ ⁠ "Cambiare L'Acqua ai Fiori " è un libro che come un bocciolo si schiude a poco a poco rivelando tutta la sua essenza, la sua fragranza dolce e intensa. ⁠ È un luogo in cui ripararsi e trovare conforto nell'attesa di ciò che verrà. Una storia che racconta di quanta vita ci sia dietro la morte.⁠ ⁠ Violette, la protagonista, che veste la notte ma sotto indossa il giorno, mi ha fatto riflettere sull'importanza della condivisione, della bellezza delle piccole cose che racchiudono il segreto della felicità.⁠ ⁠ La vita può colpire duramente e lasciare cicatrici che mai si rimargineranno ma se si sceglie di vivere questo dolore, passarci attraverso e accettarlo, si troverà la forza di accogliere la vita davanti a sé e rinascere.⁠ ⁠ Un libro che suona la ninnananna dell'autunno in attesa della vita che tornerà. Una storia dentro altre storie che raccontano l'importanza del donarsi, del vivere nell'essenziale. ⁠ ⁠ ✏️ E' strano come di fronte alla morte i pensieri vadano a rifugiarsi sui ricordi più semplici. Come se la nostra mente avesse bisogno di resettare tutto per non impazzire, di aggrapparsi a quei gesti piccoli che ci riportano lentamente alla cura e all'amore per la vita, come cambiare l'acqua ai fiori. ⁠ ⁠ ⁠ ❣️ Vi è mai capitato che un libro vi aiutasse ad affrontare un momento della vostra vita? ❣️⁠ ⁠ ⁠ ⁠ ⁠@edizioni_eo⁠ ⁠ #bookstagramitalia #instabooker #libridaleggere #readingaddict #bookstagram #booklover #bookstagrammer #bookblogger #bookbloggeritalia #lemieletture #leggeretisalva #leggerechepassione #leggerefabene #lettori #librisuilibri #librodelgiorno #bookinfluencer #librisuilibri #booklife #luglioinpillole #cambiarelacquaaifiori #edizionieo #valerieperrin #smallhoursread #gdl

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Bookinfluencer: i nuovi ambasciatori della lettura

Se ne è parlato molto sui giornali. Chi li loda, chi li “sbroda”, chi li maltratta chi li corteggia. Ma chi sono davvero questi bookinluencer? Perché se ne parla così tanto e perché uffici stampa e editori li cercano? Come li scelgono?

Sono lettori, lettori forti, amanti dei libri. I primi grandi acquirenti che stilano infinite wishlist tra classici, nuove uscite e mercatini dell’usato. Amano condividere la loro passione per la lettura, parlarne e fotografare i libri che hanno amato cercando di trasmettere attraverso un’immagine l’emozione provata. Tanta passione quindi ma non basta. Servono capacità organizzative, professionalità, puntualità, responsabilità e soprattutto saper comunicare un libro. Non poca cosa, per chi era ancora rimasto a fiocchetti e tazze. Sì perché negli ultimi anni quella dei bookblogger è una realtà profondamente cambiata nel suo valore, nella sua essenza e nel forte impatto a livello sociale.

I tempi cambiano, l’essere umano si evolve e con lui il modo di comunicare muta nel tempo e, grazie all’avvento dei social, quello che vent’anni fa avveniva nelle biblioteche di paese, con i circoli letterari, ora avviene fuori dalle quattro mura, nel vasto mondo della rete in cui ognuno può trovare il proprio posto e sopratutto può confrontarsi e scambiare idee con sempre più persone.

Quello dei bookinfluencer è un universo trasversale che coinvolge persone di tutte le età, formazione, estrazione culturale. Spesso sono laureati, lavoratori, studenti, tutti con un comune denominatore: una capacità di parlare dei libri tale da orientare le scelte della loro community e a volte anche ad avvicinare le persone alla lettura.

Non sono critici letterari e nemmeno si arrogano il diritto di essere considerati tali. Esprimono il proprio parere dopo aver letto un libro orientando indirettamente le letture di chi li segue. La loro passione è talmente coinvolgente che le persone si affezionano e si fidano. Passaparola. Nulla di tanto misterioso, da sempre il mezzo più potente del marketing. Se dunque la loro passione è così travolgente e diffonde cultura, poco si comprende perché c’è chi arricci il naso. Quando poi sono le donne a parlare di libri, e sono davvero tante nel mondo di Instagram, per alcuni (fortunatamente in minoranza) diventa ancora più scomodo. C’è posto per tutti nel mondo della rete e unicuique suum come dicevano i romani: a ciascuno il suo.

Ma non è tutto. Un bookinfluencer sa che dietro i profili di Instagram ci sono delle persone ed è capace di uscire dal mondo incantato dei feed per conoscerle, creare con loro gruppi di lettura e parlare di libri come tra vecchi amici. E a volte amici si diventa. Non male vero?

Ma attenzione a non incappare nell’abbaglio dei grandi numeri. Eh sì, perché indagini di mercato hanno scoperto che non sempre il tanto agognato numerino in alto a destra del profilo rispecchia quello che viene definito engagement, ovvero il coinvolgimento. Sicuramente un profilo con numeri più piccoli riesce ad interagire direttamente e molto di più con i propri follower instaurando con loro un legame più stretto.

Non tutti sono affidabili e professionali, come succede in molti ambiti lavorativi del resto. Diventa allora fondamentale non solo che se ne parli ma che il ruolo dei bookinfluencer venga approfondito, che gli venga attribuita quella dignità che merita, perché dietro a quella che potrebbe sembrare una semplice foto c’è in realtà spesso molta dedizione, ricerca, ore di lettura, studio dei social, delle tecniche di comunicazione, relazioni e tanta forza d’animo nel saper gestire eventuali critiche.

Spesso i bookinfluencer ricevono libri in omaggio da scrittori, uffici stampa, editori perché li recensiscano. Ma attenzione: regalare un libro non significa assicurarsi una recensione positiva e una buona pubblicità. Diffidate da chi parla sempre bene dei libri e per loro sono sempre tutti pazzeschi. La serietà di un bookinfluencer si distingue prima di tutto da questo: l’onestà verso la propria community; Il fatto che esprima il proprio parere sincero anche quando un libro non l’ha trovato piacevole e ne spieghi in modo critico il perché. Questo è l’aspetto fondamentale su cui si basa la credibilità del suo lavoro. Prima di tutto deve esserci il rispetto del rapporto di fiducia con i propri follower che non sono delle marionette (come a volte vengono dipinti su alcuni articoli che ho letto) ma esseri pensanti che comprendono benissimo se un bookinfluencer è sincero o meno. E’ un sistema che in questo modo si autoregola alla fine: se mi freghi non ti seguo.

Quando Giovanna Burzio de La Corte Editore mi ha contattata per domandarmi se fossi interessata a far parte del progetto di pubblicazione di una guida ai bookinfluencer italiani, oltre alla felicità, mi sono resa conto che tutto il lavoro svolto con il blog fino a quel momento aveva iniziato a dare i suoi frutti, in questo caso inaspettati quindi ancora più graditi.⁠ Ritengo che questa attenzione sia un passo importante verso la concezione di quella dei bookinfluencer come una vera e propria professione, perché a ispirare il lavoro di chi parla di libri è sicuramente un grande amore ma fondamentale è un approccio responsabile e consapevole di ciò che si fa. E diciamolo, è anche giusto che la professionalità venga riconosciuta e valorizzata laddove c’è.

In questo libro troverete le schede-interviste in cui più di 250 bookblogger italiani si raccontano e tra questi a pagina 110 troverete anche quella di The Wee Small Hours Book Blog. Potrete leggere gli interventi di alcune personalità competenti nell’ambito della comunicazione, dell’editoria, delle strategie di instagram. Alcuni nomi? Chiara Beretta Mazzotta alias @bookblister, @grace_theamazing, Teresa Martini di SEM, Yari Brugnoni di @ninjalitics e altri.⁠


Si parla anche di strategie di collaborazione, di come ottimizzare il proprio profilo instagram, di come gestire le critiche e vengono dati consigli su come redigere una buona recensione.
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Una guida per scrittori, case editrici, per chi vuole orientarsi in questo mondo complesso, per chi inizia ma anche per noi bookblogger: perché non si finisce mai di imparare!!⁠

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Titolo: Bookinfluencer
Curatrice: Giovanna Burzio
Casa Editrice: La Corte Editore
Anno di edizione: 2020
Genere: varia
Pagine: 336
Voto: 5/5

Giovanna Burzio è laureata in Filosofia, materia che ha costituito il suo unico grande amore finché non è stata catapultata nel mondo dell’Editoria. Per anni ha lavorato in un’importante casa editrice di saggistica torinese, con qualche incursione nella narrativa, finché non ha capito che proprio questa era la sua vita e ha fondato una casa editrice tutta sua. Da tre anni è editor a tempo pieno per La Corte Editore, dove fin dal suo ingresso si occupa anche della gestione della comunicazione con i bookblogger.
Vive a Torino, ma sogna di trasferirsi in campagna, con i suoi tre gatti e la sua setterina tutto pepe.

Hans Mayer e La Bambina Ebrea – Eleonora E. Spezzano[Collaborazione]

Quando si vive in un mondo dove l’odio fa da padrone, c’è sempre bisogno di quello spiraglio di innocenza che apre la porta al lato nascosto di ogni cosa.

Hans Mayer è un ufficiale della Wehrmacht che ogni giorno, nel percorrere la strada dalla sua abitazione alla caserma, cerca di non curarsi degli sguardi sprezzanti che lo circondano a causa della sua divisa. Personaggio schivo e solitario è schiacciato dai sensi di colpa e dalle incertezze che lo portano sempre più a dubitare del suo ruolo di soldato tedesco, strada che ha intrapreso da adolescente perché costretto da un padre autoritario. La città in cui vive, la Varsavia del 1941, è sempre più segnata da rastrellamenti di famiglie ebree e di fronte a tali eventi il peso della divisa diventa per Hans sempre più insostenibile:

Il mondo non esisteva più perché non esistevano più gli uomini che lo abitavano. Perché tutti noi ci sentivamo così, era come se fossimo già morti, eravamo come delle ombre fatte dei ricordi degli uomini, delle donne e dei bambini che eravamo.

Nulla sembra poter cambiare nella sua vita finché, una sera d’inverno, il destino gli offre quella che diventerà la sua unica via di salvezza e ragione di vita. Dopo il lavoro, sulla strada del ritorno, qualcosa attira la sua attenzione. Sul ciglio della strada, sotto una pioggia incessante, nota il lembo di un cappotto e dei boccoli biondi: si tratta di una bambina di circa tre o quattro anni completamente sola. Credendo che si sia persa, decide di offrirle riparo a casa sua per accompagnarla il giorno dopo in caserma alla ricerca della famiglia. Successivamente Hans si rende conto che Marie, così si chiama la piccola, è miracolosamente scampata ad un rastrellamento in cui i genitori e il fratello sono stati arrestati. Combattuto tra la morale e la divisa, Hans decide di non consegnare la bambina ma di salvarla offrendole riparo. Di qui comincia il cammino verso una nuova vita per sé e per la piccola. La sua scelta lo porterà, non senza difficoltà, ad affrontare il suo passato doloroso, a fare i conti con i misfatti commessi e cercare una qualche via di redenzione. Raccontando una storia che mostra quanto lontano possa arrivare l’amore al di là dei confini di appartenenza politica, l’autrice ci ricorda che è possibile avere una seconda possibilità se si è disposti ad accettare la responsabilità delle proprie scelte.

Hans Mayer e la Bambina Ebrea , uscito il 16 gennaio di quest’anno, è l’esordio letterario di Eleonora E. Spezzano, autrice quattordicenne di Reggio Calabria. Quando la Casa Editrice mi ha proposto di recensire il libro, ciò che mi ha incuriosito è stato che una ragazza così giovane avesse deciso di scrivere un romanzo ambientato in un periodo storico complesso come quello della Seconda Guerra Mondiale e nello specifico di raccontare la Shoah.

La trama è ben costruita, solida e coerente. La narrazione si sviluppa attraverso il racconto in prima persona del protagonista Hans, di cui conosciamo l’infanzia berlinese attraverso alcuni flashback.

L’ambientazione è resa sufficientemente bene. L’autrice mostra una documentazione approfondita degli eventi storici che le consentono di infondere credibilità alla storia. Tuttavia, la scelta di alcuni termini come “supermercato” e “gel” in cui mi sono imbattuta nella lettura, a mio avviso anacronistici, mi ha estraniata dal contesto storico in modo spiacevole e inaspettato. Avrei optato per una scelta lessicale più coerente al periodo narrato.

I dialoghi sono molto ben realizzati, utili all’avanzamento della storia e in equilibrio rispetto alla narrazione.

La vicenda è narrata attraverso il punto di vista del soldato tedesco. In alcuni punti, per la scelta di un certo lessico più femminile e fanciullesco, ho avuto l’impressione di sentire più la voce del narratore che quella del protagonista. Mi riferisco a termini quali “animaletto”, “alberello” e “casetta” che a fatica riuscirei a immaginare come venute fuori dalla bocca di un uomo adulto e soldato per giunta. Inoltre non mancano alcune incoerenze che un più approfondito lavoro di revisione avrebbe potuto evitare. Ad Esempio a pag. 20 si legge: “Le tastai la fronte, era bollente, doveva avere la febbre alta. Sembrava uscita da una cella frigorifera per quanto era fredda”. Sicuramente incongruenze di questo tipo, come altre riscontrate nel corso della lettura, non inficia il lavoro della Spezzano ma ha tuttavia l’effetto di infastidire un lettore più attento.

Questi elementi, assieme ad alcune incoerenze di caratterizzazione psicologica del protagonista, mi hanno lasciato un po’ perplessa. Al di là di quelle che possono essere le contraddizioni interiori e i dubbi che giustamente attraversano Hans, ho trovato alcune sue riflessioni ridondanti e non sempre coerenti, a volte confuso nelle sue digressioni, il che ha reso il personaggio debole e pertanto non del tutto credibile. Anche i personaggi di Marie e Victoria, la donna amata da Hans, avrebbero potuto ricevere una cura maggiore. Nel caso del personaggio della bambina, ad esempio, non emerge a sufficienza il sentimento di sofferenza per la perdita della famiglia, aspetto che nella realtà invece ci si attenderebbe in una situazione del genere. Questo ha contribuito a rendere il personaggio piatto e puramente strumentale ai fini della narrazione. I comprimari sono abbastanza ben delineati.

La non approfondita introspezione psicologica dei personaggi, alcune incoerenze logiche e il riscontro di non poche ripetizioni, hanno tolto scorrevolezza e parte del piacere alla lettura. Non mi hanno permesso di entrare in empatia con i personaggi e di sentirmi coinvolta dalla narrazione.

Si tratta tuttavia di un libro con delle buone potenzialità considerando che è stato scritto da una ragazza molto giovane e non ancora pienamente formata come scrittrice. Sicuramente come esordio è da incoraggiare ma Hans Mayer e la Bambina Ebrea potrebbe esprimere al meglio il proprio potenziale con un lavoro di editing e revisione di bozze ulteriori.

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Titolo: Hans Mayer e la Bambina Ebrea
Autore: Eleonora E. Spezzano
Casa Editrice: Bonfirraro Editore
Anno di edizione: 2020
Genere: narrativa
Pagine: 396
Voto: 2,5/5

Eleonora E. Spezzano, quattordici anni, vive a Reggio Calabria e frequenta il Liceo Classico “F. Campanella”. Sin da piccola ha nutrito una grande passione per la poesia e nella scrittura riversa tutti i suoi pensieri. Con il tempo è cresciuto, insieme a lei, anche il suo amore per i libri, che è iniziato con la bellissima saga de Le Cronache di Narnia, che ha letto in quattro o cinque giorni, passando dalle grigie case di Londra, insieme allo sfortunato Oliver Twist, alla villa di Miss Peregrine dove ha conosciuto “i ragazzi speciali”. Frequenta il quinto anno di pianoforte al conservatorio “Francesco Cilea”. Hans Mayer e la bambina ebrea è il suo romanzo d’esordio.

Mississippi Goddam: vita e arte di Nina Simone

Libertà è non avere paura.

Pianista prodigiosa, cantante dalla voce acre e suadente, attivista per i diritti civili, autrice tormentata, Nina Simone fece sentire la sua voce in tutto il mondo. Toccando il cielo con un dito, conobbe la miseria, la solitudine, la violenza domestica, la malattia e la rinascita artistica. In un rapporto di amore e odio, dedicò la sua vita alla musica, allo stesso tempo sua salvezza e sua prigione.

Nasce Eunice Kathleen Waymon il 21 febbraio 1933 a Tryon nella Carolina del Nord, da una famiglia povera e molto religiosa. Fu una bambina prodigio, dotata di un talento ineguagliabile. Cominciò a suonare ad orecchio già all’età di due anni. A quattro accompagnava sua madre reverenda all’organo della chiesa, successivamente cominciò a prendere lezioni di pianoforte da un’insegnante bianca. All’età di dodici anni, durante un suo primo concerto in una biblioteca, davanti ad una platea di bianchi, i suoi genitori vennero lasciati in piedi in fondo alla stanza. Lei si rifiutò di suonare a meno che non fossero stati fatti accomodare in prima fila. Così fu e Eunice suonò. Avvenne così il suo primo incontro con il razzismo. Dopo il diploma, sostenuta economicamente da una fondazione creata dalla comunità in cui viveva, riuscì a proseguire gli studi a New York, studiando per un anno e mezzo presso la prestigiosa Juilliard School. Eunice sognava di diventare la prima concertista classica americana di colore. Nel 1951 fece quindi domanda per una borsa di studio all’istituto Curtis di Filadelfia dove però venne respinta. Solo dopo alcuni mesi comprese che non venne ammessa a causa del colore della sua pelle. Questo evento lasciò in lei una ferita che non si rimarginò mai più.

Dopo aver visto svanire tutti i suoi sogni, a scarseggiare fu il denaro. I soldi della fondazione si esaurirono e così Eunice si trovò un lavoro ad Atlantic City, esibendosi come pianista in alcuni club della città. Una sera il titolare di un locale le disse chiaramente che se voleva tenersi il lavoro avrebbe dovuto anche cantare. Eunice cantò e da allora non smise più, diventando Nina Simone. Si scelse uno pseudonimo per evitare che la sua famiglia, sua madre in particolare, venisse a conoscenza che cantava e suonava la “musica del diavolo”. Il suo fidanzato del tempo la chiamava Niña. Simone lo prese dalla sua attrice preferita Simone Signoret un’attrice e scrittrice francese.

In breve tempo nacque una stella. Nina non si limitava a interpretare le canzoni, le plasmava alla volontà della sua voce e delle sue mani, con cui univa sonorità blues, jazz e classiche con creatività e tecnica sorprendenti. Mescolò fughe e contrappunti alla spontaneità del jazz. Lei stessa in un’intervista rivelò che si sentiva maggiormente soddisfatta nel fare musica quando faceva affidamento su ciò che aveva imparato dalla musica classica. La sua voce era profonda, oscura come la sua anima.

Il suo album di debutto del 1958 che contiene il brano I Loves You Porgy scalò le classifiche americane. Tre anni dopo conobbe Andrew Stroud che di lì a poco divenne suo marito e, lasciato il suo impiego come sergente di polizia, anche suo agente. L’anno successivo Eunice diede alla luce una bambina che chiamò Lisa Celeste. In un successo sempre crescente, l’obiettivo primario di Nina era quello di esibirsi alla Carnegie Hall come prima pianista classica nera e donna. Ci riuscì nel 1963, ma non suonò il suo amato Bach. A partire da questo concerto la sua carriera spiccò il volo: tra concerti, riviste, programmi televisivi, Nina era ovunque, diventando presto un personaggio di grande successo.

Se la sua notorietà cresceva incessantemente, aumentava anche la pressione dovuta a ritmi di lavoro estenuanti. Spesso impegnata in tournée che la tenevano lontana dalla sua casa e da sua figlia, cominciò a mal sopportare la stanchezza e lo stress. Diventò progressivamente instabile d’umore, era capace di arrabbiarsi e litigare con chiunque. Se tra il pubblico qualcuno parlava poteva anche uscire di scena e non proseguire lo spettacolo: Nina Simone desiderava che il suo pubblico la ascoltasse con l’attenzione e il silenzio che si riservava ai concerti di musica classica. Iniziò ad attraversare periodi di depressione che col tempo peggiorarono, aggravati dalla violenza subita da parte del marito. Una sera, in un club, un fan diede a Nina un biglietto. Il marito venutone a conoscenza la picchiò fuori dal locale e per tutto il tragitto in auto verso casa. Una volta arrivati la minacciò con una pistola, la legò e la violentò ma, nonostante questo, Nina non ebbe la forza di lasciarlo.

Nel frattempo l’America era attraversata dalle lotte per i diritti civili degli afroamericani. Più il Movimento cresceva più si potevano scorgere tra le sue fila attivisti appartenenti al mondo dello spettacolo e intellettuali. A seguito dell’attentato del 15 settembre 1963 in una chiesa di Birmingham, in Alabama, in cui persero la vita quattro bambine, Nina scrisse Mississippi Goddam, una canzone apertamente contro il razzismo, dai toni crudi e violenti. Questo brano fu qualcosa di estremamente rivoluzionario al tempo. Nei programmi televisivi si rifiutarono di trasmettere una canzone che contenesse imprecazioni e dalle radio tornavano indietro 45 giri spezzati in due. Il messaggio era molto chiaro. Nina tuttavia decise di essere lo specchio dei suoi tempi, uno spirito libero in una società razzista e che non apprezzava il genio di una donna, oltretutto nera. Nel 1965 suonò in occasione della famosa marcia da Selma a Montgomery in Alabama. Tra il pubblico in prima fila presenziarono Martin Luther King Jr., Langston Hughes, James Baldwin e dignitari da tutto il mondo.

Se sei un artista come fai a non essere lo specchio dei tempi?

Nina Simone era sempre più coinvolta nella lotta a fianco del Movimento per i Diritti Civili e soprattutto inserita nell’ambiente intellettuale che vi gravitava attorno. Conobbe Martin Luther King Jr. e Malcom X. Langston Hughes scrisse per lei il testo di Backlash Blues e la scrittrice Lorraine Hansberry divenne una sua cara amica. Nina si lasciò ispirare dal titolo di una sua opera per scrivere una canzone sul tema dei diritti civili To Be Young, Gifted and Black, canzone che divenne manifesto del Movimento. Fautrice del Black Power, Nina era diventata una specie di “santa patrona della ribellione”. Non fu una fautrice della non violenza, per lei i diritti dei neri dovevano essere difesi con qualunque mezzo. Il suo obiettivo non era solo quello di cantare delle canzoni ma di sensibilizzare le persone di tutto il mondo, facendo conoscere loro ciò che era stato inflitto alla sua gente. In questo periodo la sua produzione artistica riguardava per lo più brani fortemente politicizzati, denigrava i bianchi e quello show business di cui però allo stesso tempo voleva e aveva bisogno di far parte. Questo suo coinvolgimento con la lotta per i diritti civili gradualmente non fece che danneggiare la sua carriera artistica. Diventava sempre più difficile per il suo manager trovarle delle date: lentamente tutto quello che era stato costruito cominciò a sgretolarsi a suon di slogan politici.

Sul finire degli anni Sessanta, il Movimento per i Diritti Civili subì dei duri colpi in seguito all’uccisione di Malcom X nel 1965 e di Martin Luther King Jr. appena tre anni dopo. I simboli della libertà dei neri stavano cadendo uno dopo l’altro come su un campo di battaglia. Nina perse la sua cara amica Lorraine Hansberry e anche Langston Hughes morì in quegli anni. Eunice si sentiva sola, divenne sempre più violenta, soggetta a repentini cambi di comportamento cominciò ad essere vittima di attacchi di depressione e rabbia.

Decise quindi di lasciare definitivamente il marito per trasferirsi in Liberia, dove trascorse momenti di serenità e dove presto fu raggiunta da sua figlia appena adolescente. La convivenza tuttavia non funzionò a causa dell’instabilità caratteriale di Nina e della sua aggressività, e Lisa Celeste, compiuti i quattordici anni, decise di tornare a vivere dal padre. Dopo la separazione dal marito Nina dovette affrontare serie difficoltà economiche, si disinteressò al lavoro e cominciò a condurre una vita da nomade. Dopo poco tempo, costretta a riprendere in mano la sua carriera per potersi mantenere, Nina Simone andò in Svizzera dove prese parte al Montreux Jazz Festival per poi trasferirsi a Parigi. Ma le cose non furono semplici. Nina si era ridotta a suonare in squallidi caffè per tirar su poche centinaia di dollari. Ormai era caduta in disgrazia.

In una sua intervista non rinnegò il suo impegno a favore delle lotte per i diritti civili, ma si mostrò consapevole che alcune sue canzoni, troppo politicizzate, avessero danneggiato la sua carriera e non fossero più adatte ai tempi. Sicuramente la presa di posizione nei confronti della questione razziale, negli anni Sessanta, ebbe pesanti ripercussioni per coloro che appoggiarono le lotte di emancipazione, ripercussioni nella vita privata quanto sulla carriera. Nina Simone non fu esclusa dal pagare un altissimo prezzo per questa scelta. Molti dei suoi album vennero pubblicati di rado in quegli anni, salvo poche eccezioni, per poi finire quasi dimenticati fino agli anni Ottanta.

Fu grazie al suo storico chitarrista Alvin Schackman e al suo caro amico Gerrit De Bruin che Nina riuscì a tornare alla sua musica. Venne sottoposta ad alcune visite mediche. Le fu diagnosticato un bipolarismo e una tendenza maniaco depressiva. Cominciò a curarsi e tornò ad esibirsi. Nel 1987 Chanel scelse come colonna sonora di una sua pubblicità il brano di Nina My Baby Just Cares For Me. Sulla scia di questa nuova popolarità molti suoi dischi vennero ristampati e la cantante tornò a cavalcare l’onda del successo.

Nel 1993 si trasferì nel sud della Francia continuando a girare il mondo grazie alla musica. Nella sua carriera Nina Simone ottenne quindici nomination ai Grammy Awards ed entrò nella Grammy Hall of Fame nel 2000. Due anni prima della sua morte ricevette un diploma onorario dal Curtis Institute, la scuola di musica che le rifiutò l’ammissione a 19 anni e da cui, in un certo senso, tutto ebbe inizio.

Nina Simone è stata la voce guerriera di un intero popolo, quello dei Movimenti per i Diritti Civili negli Stati Uniti, ma soprattutto una straordinaria musicista che ci ha lasciato registrazioni di incommensurabile bellezza. ⁠

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BIBLIOGRAFIA:

Nina Simone. Una Vita, David Brun-Lambert, Universale Economica Feltrinelli, 2010.

What Happened, Miss Simone?, Liz Garbus, Documentario Netflix

Nina Simone on BBC HARDtalk, 1999