Hans Mayer e La Bambina Ebrea – Eleonora E. Spezzano. Bonfirraro Editore [Collaborazione]

Quando si vive in un mondo dove l’odio fa da padrone, c’è sempre bisogno di quello spiraglio di innocenza che apre la porta al lato nascosto di ogni cosa.

Hans Mayer è un ufficiale della Wehrmacht che ogni giorno, nel percorrere la strada dalla sua abitazione alla caserma, cerca di non curarsi degli sguardi sprezzanti che lo circondano a causa della sua divisa. Personaggio schivo e solitario è schiacciato dai sensi di colpa e dalle incertezze che lo portano sempre più a dubitare del suo ruolo di soldato tedesco, strada che ha intrapreso da adolescente perché costretto da un padre autoritario. La città in cui vive, la Varsavia del 1941, è sempre più segnata da rastrellamenti di famiglie ebree e di fronte a tali eventi il peso della divisa diventa per Hans sempre più insostenibile:

Continua a leggere “Hans Mayer e La Bambina Ebrea – Eleonora E. Spezzano. Bonfirraro Editore [Collaborazione]”

Mississippi Goddam: vita e arte di Nina Simone

Libertà è non avere paura.

Pianista prodigiosa, cantante dalla voce acre e suadente, attivista per i diritti civili, autrice tormentata, Nina Simone fece sentire la sua voce in tutto il mondo. Toccando il cielo con un dito, conobbe la miseria, la solitudine, la violenza domestica, la malattia e la rinascita artistica. In un rapporto di amore e odio, dedicò la sua vita alla musica, allo stesso tempo sua salvezza e sua prigione.

Continua a leggere “Mississippi Goddam: vita e arte di Nina Simone”

Bitter Crop: l’arte di Lady Day

Vi siete mai domandati perché Billie Holiday è considerata la regina del jazz?

Conosciuta anche per la seduzione spesso suscitata dalla sua vita tragica, segnata dalla scimmia della droga e dell’alcol, oltre che da storie d’amore fallimentari, Billie Holiday è considerata tra le più grandi stelle indiscusse del jazz e probabilmente anche oltre questi confini.

Continua a leggere “Bitter Crop: l’arte di Lady Day”

La Prossima Volta il Fuoco – James Baldwin

Noi non saremo liberi fino a quando gli altri non lo saranno.

Sono dirompenti le parole con cui James Baldwin apre uno squarcio all’interno della questione razziale, parole che trasudano una profondità di pensiero che solo può derivare da una memoria scritta sulla propria pelle. Passando attraverso la sua esperienza autobiografica, l’autore punta al cuore del controverso e infuocato dibattito che ha attraversato gli Stati Uniti negli anni ’60 riguardo alla lotta per i diritti civili. Momento che ha segnato una tappa fondamentale verso l’emancipazione del popolo afroamericano.

Continua a leggere “La Prossima Volta il Fuoco – James Baldwin”

Il Museo Delle Promesse Infrante – Elizabeth Buchan

Che cos’è l’amore? E com’è, il suo amore? Profondo, infinito, bruciante, tenero…quante parole. Colpevole?

Quante volte Laure si sarà fatta queste domande. Lei che ha deciso di creare un museo, senza statue né quadri, ma di promesse, promesse non mantenute, speranze svanite. Un museo dove sono custoditi cimeli, offerti da uomini e donne che, con un rimpianto sul cuore, cercano in qualche modo di esorcizzare il passato nella speranza di riconciliarsi con il proprio dolore. Oggetti simbolo di frammenti di vite che non sono andate come previsto, segni di disperazione, rabbia, rassegnazione ma a volte anche di liberazione. C’è un museo a Parigi, cui Laure ha dato vita per custodire la sua promessa infranta: il ricordo della notte in cui ha dovuto dire addio al suo amore.

Continua a leggere “Il Museo Delle Promesse Infrante – Elizabeth Buchan”

Intervista a Valentina Bardi, autrice di “Ventiquattro”, Società Editrice Il Ponte Vecchio, 2019

Diplomata in sassofono presso il Conservatorio “Bruno Maderna” di Cesena, ti sei laureata in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università degli studi di Bologna. Cosa ti ha spinto a scrivere un libro?

Ho sempre avuto un gran bisogno di raccontare ed esprimermi, anche se non so bene quando questa necessità si sia trasformata in scrittura.

È avvenuto per gradi, in maniera del tutto naturale.

Ho cominciato durante gli anni del liceo che per me sono stati una vera e propria “iniziazione” alla vita e da quel momento non mi sono più fermata, scrivendo sempre: prima piccole cose, racconti, brani di diario. E poi… poi sono arrivata a Ventiquattro: la storia più importante che abbia scritto fino ad oggi, nel mio piccolo.

Quali sono le tue influenze letterarie?

Ci sono molte scrittrici e scrittori che amo. Sicuramente hanno lasciato un’impronta indelebile su di me Virginia Woolf e Marguerite Yourcenar, perché mi sono formata leggendo e studiando le loro opere e la loro poetica. Poi c’è stato il tempo della consapevolezza: quel tempo cioè, a prescindere e al di là degli studi, in cui ho “incontrato” autori ed autrici che ho apprezzato e dai quali ho cercato di imparare qualcosa: le figure più importanti a livello prettamente tecnico sono Paolo Rumiz, Mario Rigoni Stern, Vincenzo Cerami ed Elizabeth Strout. Poi ci sono Borges, Saramago, Alice Munro, Murakami… e molti altri.

Che rapporto hai con la scrittura?

La scrittura rappresenta il “luogo” più intimo del mio animo e della mia mente: è un rifugio, quando la vita quotidiana diventa difficile e una risorsa quando spunta un’idea e qualche nuovo personaggio mi viene a trovare. Allora è come se mi sdoppiassi: da una parte ci sono io con la mia vita, le mie giornate, dall’altra loro (i personaggi) con le loro esistenze, le loro storie. Riuscire a tradurre questo mondo immaginario (ma forse dovrei direi “visionario”) in scrittura è per me meraviglioso.

Come è nata l’idea di “Ventiquattro”?

Si è generata in me dopo aver letto “La Cotogna di Istabul” di Paolo Rumiz, un capolavoro a mio parere. Attraverso la lettura di quest’opera ho capito esattamente che cosa volevo fare con la mia scrittura, cioè dare assoluta priorità al ritmo, alla musicalità. Da questa presa di coscienza è spuntata l’idea di Andrea, giornalista inviato di guerra, uomo inquieto e sfuggente che rientra a casa dalla sua famiglia in un momento particolarmente delicato per alcuni dei suoi cari: la figlia Elena, la secondogenita Martina e la moglie Giada.

I temi trattati nel tuo romanzo sono svariati: la relazione di coppia dopo tanti anni di matrimonio; il delicato rapporto tra genitori e figli quando questi diventano adulti; l’amicizia e l’amore nell’età dell’adolescenza; la sofferente elaborazione del lutto. Cosa c’è di autobiografico nelle storie che racconti e quale dei tuoi personaggi ti rispecchia maggiormente?

La storia che racconto comprende svariate generazioni e, proprio come evidenzi tu, diverse tematiche: sono tutte situazioni che ho vissuto direttamente e indirettamente in quanto essere umano.

Ho visto l’evolversi del rapporto dei miei genitori mentre crescevo e ho vissuto la mia piccola storia fino a qui (scuola, famiglia, amori, amicizie, lavoro, dinamiche sociali di ogni sorta) e come una spugna ho attraversato la vita degli altri intorno a me. Non c’è niente di esplicitamente autobiografico, ma per paradosso c’è tutto del mio essere parte di una comunità, perché quello che più mi premeva era provare a mostrare come la vita di ognuno di noi abbia una ripercussione su quella degli altri (e viceversa) se contestualizzata in una comunità di piccole dimensioni (un paese, un villaggio, un quartiere). 

Forse c’è qualcosa di me in tutti i personaggi, ma io mi rivedo molto in Martina. Riconosco nel suo delicato percorso di crescita un po’ quello che è capitato a me durante il liceo.

Nel tuo libro ritroviamo espressioni dialettali. Perché hai scelto di inserire questi elementi?

In parte proprio per mettere in evidenza l’appartenenza ad una realtà circoscritta ed identificabile, anche se, per scelta, il paese in cui sono ambientate le vicende, non ha nome: si evince che siamo in Romagna, ma non sappiamo esattamente dove. Mentre scrivevo, ad un certo punto mi sono resa conto che l’utilizzo di espressioni dialettali e certi regionalismi (come il termine mimino per dire bambino) era indispensabile per dare davvero struttura alla storia. È come se attraverso queste tipologie di linguaggio le vicende riuscissero ad aderire meglio alla terra.

Quale fase nella scrittura di “Ventiquattro” è risultata più faticosa e quale invece ti ha appassionato maggiormente?

La fase più faticosa è stata senza dubbio la revisione. Rileggere, ricontrollare il testo, nei suoi brevi episodi e nella sua interezza, ha occupato un tempo molto lungo e per evitare incoerenze mi sono confrontata con i membri del mio gruppo di lettura che, con grande generosità, mi hanno aiutata e mi hanno dato dei suggerimenti preziosi.

La parte più emozionante invece è stata la prima stesura: il momento in cui avevo tutta la storia in testa e scrivevo immaginando le scene, vedendole con chiarezza di fronte a me e non pensavo a niente, nemmeno a digitare bene le parole, per non perdere l’incanto.

A chi ancora non ha letto il tuo libro: tre motivi per cui consigli di leggerlo. 

Ventiquattro inizialmente sembra la storia di una famiglia particolare in un momento particolare ma, progressivamente, è come se le vicende diventassero così universali da appartenere a tutti e per questo e a gradi diversi, il lettore si può facilmente identificare e riconoscere con qualcuno dei personaggi o può avere la sensazione di rivivere pezzettini della propria storia personale.

È inoltre un romanzo dal ritmo incalzante, con tanti dialoghi, perciò la lettura risulta scorrevole e una volta che lo inizi, per una serie di motivi, vuoi arrivare in fondo.

Infine, malgrado in questa storia ci siano eventi drammatici, è un romanzo di formazione e di rinascita per tutti, perché i personaggi più importanti non si piegano, ma si rialzano e continuano a cercare se stessi e provano a dare un senso al loro esistere.

Ventiquattro” è il tuo romanzo di esordio pubblicato nel 2019. Hai qualche altro lavoro in preparazione per i tuoi lettori?

Sì, sto lavorando da tempo ai miei racconti. Sono in fase di revisione per alcuni e ancora in fase di stesura per altri. Spero di riuscire a proporli al mio editore al più presto.

🖤

Leggi la mia recensione a Ventiquattro di Valentina Bardi

Intervista a Dario Tonani, autore di "Naila di Mondo9", Mondadori, 2018 [Collaborazione per il Dystopian Day 2020 organizzato da leggeredistopico.com e la libreria Il Covo della Ladra (Mi)]

Laureato in Economia Politica alla Bocconi, hai successivamente intrapreso la strada del giornalismo e della scrittura. Vuoi raccontarci di questa scelta, come è avvenuta?

Quando si è giovani si matura l’erronea convinzione che la scrittura sia più o meno uguale – nelle sue forme e nelle sue dinamiche – in qualsiasi campo la si applichi. Da noi non esiste un percorso formativo (scolastico o universitario) per diventare scrittori, per cui si cerca di avvicinarsi al “boccino” seguendo via traverse: per me, il giornalismo è stato uno di queste. Tant’è che mi è sembrata allora la scelta più naturale. Ma presto ci si accorge che è una professione completamente diversa, che non ha nulla a che spartire con lo scrivere narrativa. Certo, ha un humus comune; insegna a osservare e raccontare, a vivere in mezzo ai testi, a pulire il proprio modo di esprimersi in forma scritta. Ma le logiche che improntano il lavoro giornalistico sono completamente differenti da quelle del narratore. 

Il libro, se c’è, che ti ha fatto pensare: voglio scrivere anch’io! Quali sono state le influenze letterarie e cinematografiche che ti hanno formato come scrittore?

Non ce n’è uno in particolare, la consapevolezza si crea sull’accumulo. A un certo punto scopri che la stratificazione dei libri che hai letto ti ha portato a vedere tutto da un punto di vista diverso. È un po’ come camminare in montagna: un passo alla volta ti ritrovi in quota e il panorama al quale ti affacci cambia radicalmente. Ti piace, ti affascina, vuoi andare ancora più in alto. Quello che hai letto ti induce a provare a scrivere, scopri un mondo di prospettive nuove. Influenze letterarie? Tantissime: il primo King, Richard Matheson, Philip K. Dick, James Ballard, Cormac McCarthy. Ma quanti autori potrei citare…

Quello di Naila è un pianeta con una caratterizzazione peculiare, aspetto enfatizzato dalla Miscellanea Enciclopedica che arricchisce brillantemente il libro e che ci guida alla scoperta delle sue regole. Dove prendi le idee in generale e in particolare da dove è nato il Mondo9?

Lo dico in tutte le mie presentazioni: ogni scrittore finisce per scrivere o dei propri sogni o delle proprie paure. Di norma è questo che muove gli ingranaggi, il carburante. Per tutta la carriera ci si sposta lungo questa retta ideale. Mondo9 è molto vicino allo spettro più tetro delle mie paure… Dove prendo le idee? Dalle mie piccole fobie quotidiane, dai tic più o meno consapevoli, ma anche dalla fame e dalla sete di curiosità. Dal gusto del paradosso, della provocazione. E anche da una buona dose di rabbia interiore, un autentico fuoco…

Naila, la protagonista, è segnata da una perdita traumatica che le ha trasmesso un profondo desiderio di rivincita. E’ una donna coraggiosa e ambiziosa, ma allo stesso tempo fragile e materna. Come mai hai scelto una donna come protagonista del tuo libro? Quanto c’è di distopico nel tuo romanzo e che relazione vedi tra distopia e femminismo?

Non è la prima volta che scelgo una protagonista donna per un mio romanzo, era già accaduto con “Toxic@” (Urania del 2011). La differenza è che “Naila di Mondo9”, prendendo spunto dalla dedica personalissima a mia moglie, è un romanzo rivolto a tutte le donne, alla loro crociata quotidiana per affermare ogni giorno – sui luoghi di lavoro, ma non solo – il loro ruolo, il loro valore e la loro identità professionale contro un sessismo becero e dilagante. Una lotta titanica, improntata a un rispetto e a una parità che spesso sono soltanto sulla carta. Anche in un ambito prettamente maschile, come quello della marineria, Naila non rinuncia alle sue prerogative femminili: è orgogliosamente donna, madre, amante. Ed è l’unica comandante donna di tutto Mondo9. E sarà proprio il suo punto di vista a muovere la leva giusta. Un piccolo aneddoto per darti la misura dell’attenzione con cui viene confezionato un titolo destinato a una collana prestigiosa come gli Oscar Mondadori: una decina di giorni prima di andare in stampa, uno dei miei editor fu colto da uno scrupolo che mi fece tremare le gambe. Mi disse, “Beh, tu hai creato una protagonista donna. Ma sei un uomo, e come tale finisci inconsapevolmente per ragionare anche quando scrivi. Sarei più tranquillo che il libro venisse letto rapidamente anche da un editor donna, per scovare le eventuali incongruenze di genere soprattutto nel parlato e nel pensato. Così passammo il PDF a una grande autrice – e amica – come Nicoletta Vallorani, che lesse “Naila” in cinque giorni, e mi restituì il tutto dicendo che non aveva trovato nulla di… incongruente, pur parlando io di sesso, di gestazione e di parto. Per me fu una gioia enorme. 

Navi che cavalcano onde di sabbie velenose, capitani, megattere. Il linguaggio narrativo richiama fortemente quello nautico. Ciò che mi ha colpito è la dimestichezza e la precisione con cui utilizzi questo vocabolario. Si tratta di conoscenze che ti appartenevano già prima di inventare il mondo di Naila o hai studiato appositamente?

Adoro il mare, perché ho un famelico (e forse patologico) bisogno di nutrire lo sguardo di orizzonti ampi. E le grandi aree urbane questo non te lo possono dare. Mare e deserto sono i miei luoghi d’elezione. Li ho visti e frequentati entrambi, ma ho dovuto documentarmi molto per dare non dico verosimiglianza, ma coerenza al mio universo narrativo. 

Hai mai pensato ad una trasposizione cinematografica di Naia di Mondo9? In questo caso a chi penseresti nel ruolo di Naila e chi vorresti come regista?

Sì ci ho pensato, come un sogno, come un gioco. Ti faccio qualche nome, ma ne potrei fare tanti. Emily Blunt per il ruolo di Naila, e assolutamente Christopher Nolan o Denis Villeneuve come regista. Di quest’ultimo sono dannatamente curioso di vedere il suo Dune…

Tra i personaggi del libro, quale ti rispecchia maggiormente?

Ho messo un semino in ognuno. Il bello dello scrivere un romanzo è che ti puoi nascondere dietro ogni volto, e alla fine ti accorgi che non hai scelto tu, consapevolmente, che ruolo incarnare. Sei stato una battuta e una scena di tutti loro… Sono in genere i lettori a riconoscerti in questo o in quel personaggio.

Ai lettori, perché leggere il tuo libro?

Perché per scriverlo mi sono ispirato alle grandi avventure marinaresche di autori con Herman Melville, Joseph Conrad, Robert Louis Stevenson, Patrick O’Brian. E allo stesso tempo è una struggente storia d’amore; in luoghi remoti e sconfinati sui quali fare spaziare lo sguardo. Ed è quello che adesso, chiusi in casa, ci manca di più.

Da lettore cosa ricerchi in un libro e da scrittore cosa provi a trasmettere ai tuoi lettori?

Da lettore cerco emozioni, prospettive ampie, magie, ed è lo stesso impasto che tento di dare al mio pane quando scrivo…

Quando scrivi pensi a chi leggerà il tuo libro? E questo influisce eventualmente su alcune tue scelte?

C’è un momento nella vita professionale di un autore in cui, se vuole davvero rivolgersi a una platea più ampia, deve necessariamente smettere di scrivere quello che gli piace e cominciare a scrivere quello che piace agli altri. Mi considero molto fortunato per il fatto che al momento, stando a quello che scrivo, ci sia una notevole sovrapposizione tra questi due obiettivi. Non ho dovuto né cedere a compromessi né fare alcunché controvoglia…

Quale fase della scrittura di un romanzo ti risulta più faticosa e quale invece ti cattura e ti appassiona maggiormente?

Forse è curioso a dirsi, ma a parte la fase di massima creatività espressa dal mettersi alla tastiera e vedere dove ti porteranno in quella seduta storia e personaggi, adoro la fase di editing fino. L’unico momento in cui la lettura di uno scrittore si avvicina davvero a quella di chi comprerà il tuo libro… Non amo le attese, ma il mestiere di scrittore si nutre di periodi di semina molto lunghi e di raccolta estremamente brevi.

Quanto è importante leggere per uno scrittore?

Una parola. O se vuoi, una sfilza di sinonimi: fondamentale, indispensabile, essenziale, imprescindibile, basilare, capitale…

Com’è cambiato il mondo letterario della fantascienza da quando l’hai scoperto ad oggi?

Non mi basterebbe una pagina per risponderti. Proverò a essere estremamente sintetico: una volta la science fiction si basava su alcuni pilastri dominanti: sense of wonder, avventura, fascinazione per lo spazio, l’incontro con civiltà aliene, l’ignoto, le meraviglie di una scienza in cui riporre le nostre speranze di un futuro migliore. Poi virò verso le prime grandi paure, l’uso distorto della tecnologia, il post-apocalittico, gli effetti delle derive autoritarie sulla società (le prime distopie), l’inner space ballardiano, l’ucronia. Toccò poi al cyberpunk conquistare la scena, con la sua visione cupa e pessimistica di un uomo succube della grande interconnessione, dei big data, dei poteri forti delle multinazionali in grado di manipolare l’informazione, la verità, le coscienze. Oggi risentiamo della spinta espressa dalla locuzione “orizzonte degli eventi”: la fantascienza è speculazione anche un po’ intellettualistica. Ma ci sono – guarda caso, all’orizzonte – approcci nuovi: la riscoperta della space opera, lo steampunk, il solarpunk o al suo opposto la distopia pura, carica però di avventura e di voglia di riscatto. Non esiste al mondo genere letterario che sia più sfaccettato, ricco di punti di vista e variegato della fantascienza. 

Scrittore prolifico, hai alle spalle un’affermata carriera, avendo assistito, fra l’altro, alla traduzione di alcune tue opere in altre lingue. Fra prestigiosi premi e riconoscimenti ricevuti, nel 2014 Mondo9 è uscito in Giappone e sei stato il primo autore italiano ad approdare sulla celebre testata mondadoriana Millemondi con un volume dedicato. C’è qualcos’altro ancora nel cassetto da realizzare?

Ci sono grosse novità in arrivo, a cominciare dal fatto che Mondo9 continuerà alla grande, dato che “Naila di Mondo9” avrà un seguito, ormai è ufficiale. Al momento di più non posso dire, spero di poter fornire i dettagli molto presto. Intanto, grazie della chiacchierata. Alla prossima e stay tuned!

Leggi la mia recensione a Naila di Mondo9 di Dario Tonani

Nel Mare C’è La Sete – Erica Mou [Collaborazione]

Non lo so se ho mai voluto quello che ho chiesto. Non credo, in effetti, di aver chiesto mai.

Assassina, la parola che Maria poteva ascoltare nei silenzi di suo padre, che poteva leggere sulle labbra dei sorrisi ostentati di sua madre. Assassina, la parola che la trafiggeva nello sguardo degli amici di famiglia, da quando, poco più che una bambina, aveva ucciso sua sorella minore. Da questo momento in poi tutte le sue relazioni familiari si costruiscono attorno a sensi di colpa mai elaborati: Il padre che, chiuso nel suo silenzio, aveva smesso di andare in ufficio. La madre che si sforza di avere dei rapporti con lei e Maria. Maria, è la figlia rimasta. Incastrata in una non vita:

Io sono rimasta qui a soffiare i desideri sull’accumularsi di candeline, a comprare la crema al mirtillo rosso per i capillari, a pagare la tassa sulla spazzatura e a diventare un involucro legalmente adulto. Lei invece è rimasta piccola per sempre, con la salopette di jeans a giocare all’ora del tè.

Maria e Nicola sono una coppia navigata, lui pilota di aerei è il fidanzato che ogni madre verrebbe per la propria figlia: praticamente perfetto. Maria perfetta lo è un po’ meno. Lei che si lascia accadere addosso la vita, che legge i pensieri degli altri, e interpretandoli racconta sé stessa. Maria e il suo cinico distacco dal dolore come unico angolo in cui poter sopravvivere:

Mi sono creata un habitat. Sono come un animale in uno zoo safari, che comunque è in gabbia, ma che è capace di mettere a posto le coscienze dei turisti.

Una breve e felice parentesi londinese per tornare di nuovo nella sua vita senza colore. Decide di aprire un negozio che non vuole, dove impacchetta desideri con un bel fiocco per chi non ha il tempo di farlo. Ha un compagno che non ama e una pietra di marmo nel petto che le impedisce di volare, ma ha anche una scoperta, che la porterà a guardare con occhi diversi, i suoi, tutto ciò che da sempre l’ha circondata. La storia si svolge nell’arco di ventiquattro ore in cui Maria trova, assieme a noi, il coraggio di strapparsi di dosso un’etichetta che per venticinque anni si è sentita appiccicare alla sua vita, e che le ha impedito di fare le sue scelte per “aggiustare” i sensi di colpa degli altri.

Nel mare c’è la sete è il romanzo d’esordio di Erica Mou, cantautrice pugliese . Una storia che risuona di poesia ad ogni capoverso, una canzone, la cui musica non è scritta ma echeggia dentro di noi pagina dopo pagina. Lo stile di Erica è un tutt’uno con l’ispirazione musicale, che come un flusso continuo lega le sue canzoni allo stile e alla profondità simbolica di questo romanzo. La narrazione è sorprendentemente impreziosita da bagliori di poesie che ci portano nell’universo interiore della protagonista:

Roccaforte

Lo vedi che non c’è differenza

tra il muro di una fortezza

e quello della tua stanza

se dentro c’è la guerra?

Molte sono le tematiche che viviamo attraverso gli occhi di Maria: la drammaticità del lutto, il senso di colpa, i rapporti familiari, le relazioni d’amore, l’amicizia, l’assenza, l’essere donna. Maria ci fa comprendere fino a che punto possiamo arrivare a credere allo sguardo degli altri, sguardo che ci impedisce di essere liberi e spiccare il volo. Ventiquattro ore che in un climax narrativo crescente trascorriamo nella testa della protagonista, per arrivare ad un finale inaspettato ed originale, che ci lascerà in sospeso fino all’ultimo verso. Come si può tornare alla vita riuscendo ad essere davvero liberi? A voi scoprirlo, nel mare c’è la sete. Buona navigazione.

🖤

Titolo: Nel Mare C’è La Sete
Autore: Erica Mou
Casa Editrice: Fandango Libri
Anno di edizione: 2020
Genere: narrativa contemporanea
Pagine: 221
Voto: 4/5

Erica Mou è una cantautrice pugliese, classe 1990. Nel 2012 arriva seconda al Festival di Sanremo, nella categoria giovani, vincendo il Premio della Critica Mia Martini. È candidata ai David di Donatello per la migliore canzone originale. Attualmente vive a Tolosa e sta lavorando al suo sento album in studio. Nel mare c’è la sete è il suo primo romanzo.