La Canzone di Achille, Madeline Miller, Marsilio Editori

Era una strana guerra. Non occupavamo territori, non prendevamo prigionieri. Era soltanto una questione d’onore, uomo contro uomo.

La canzone di Achille è un libro che ho letto la scorsa estate, sulla scia dell’entusiasmo che questa particolare rivisitazione dell’Iliade o meglio, di una sua parte, ha riscosso sui social, in particolare su Instagram. Da amante dei poemi omerici e nostalgica degli studi al liceo, ho deciso di immergermi in questo mondo di divinità, semidei, umani, guerra e…il resto era tutto da riscoprire.

Vi anticipo già che, rispetto alle molte e positive recensioni che ho letto, la mia sarà, in parte, una voce fuori dal coro. Sicuramente è stata per me una lettura estremamente piacevole che, come vi spiegherò a breve, mi ha lasciato molto, ma allo stesso tempo non ho potuto fare a meno di riscontrare dei punti deboli.

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Vincoli. Alle origini di Holt, Kent Haruf, NNEditore.

Non puoi avere una seconda volta se la prima non c’è stata.

Mi sembra ancora di averlo sotto le scarpe, il terreno arido di Holt. All’orizzonte vedo i campi di yucca e grano sotto il sole impietoso di agosto. Gente semplice quella di Holt ma dalle storie che ti entrano fin sotto la pelle.

Sì, perché una volta che hai guidato il furgone sulle stradine sterrate, in mezzo alla campagna; una volta che hai assaggiato la birra della taverna, ballato un Tennessee waltz e soprattutto una volta che ti sono arrivate al cuore le sue storie, beh, vecchio mio (come direbbe uno dei suoi abitanti), non potrai più fare a meno di tornarci.

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La Questione dei Cavalli. Arianna Ulian. Laurana Editore [Collaborazione]

…non carne eravamo
ma sabbia bruire nel vuoto

Così abbiamo imparato che il corpo non ci appartiene.

Come fare un sogno.

Suggestioni liquide echeggiano di suoni lontani. Sono voci che scalpitano, respirano, sono acqua, corpo, sono terra.
Dopo l’ultima pagina, ancora le sento riverberare.

La questione dei cavalli è l’opera prima di Arianna Ulian. Pubblicato da Laurana Editore, il romanzo inaugura la collana, diretta da Giulio Mozzi, Fremen, il cui nome non può che ricondurci ai protagonisti di Dune, il ciclo di romanzi di Frank Herbert, ovvero agli abitanti dell’arido pianeta Arrakis. Sono loro che hanno fatto del deserto, un luogo inaccessibile alla vita, non solo la propria casa ma la propria risorsa. Un richiamo simbolico per caratterizzare un ciclo di pubblicazioni dove non ritroveremo i connotati del romanzo standard, ma testi innovativi: parole e immagini che osano. Scordiamoci le accomodanti rotte commerciali, prepariamoci a scelte più estreme, come i Fremen appunto, oltre gli orizzonti del possibile.

Da subito la proposta della Casa Editrice mi ha incuriosita. Amo spaziare tra i vari generi e soprattutto lasciarmi sorprendere da sentieri poco battuti.

La questione dei cavalli è una favola lunare o forse sarebbe più appropriato dire lagunare, che ci porta con occhio da cinepresa dentro una Venezia come mai l’abbiamo vista e come mai la vedremo, una Venezia che non esisterà mai se non in questo sogno rarefatto.

Il western inizia sempre dal suono degli zoccoli.

Un visionario regista canadese sceglie la Serenissima come set per il sequel del film western “Il mio nome è nessuno”. Tutto è pronto per cominciare le riprese ma una serie di errori e impedimenti burocratici complica lo sbarco dei cavalli. Fomentate da un giornalista del luogo, le voci cominciano a correre ed echeggiare tra le calli della città.

Io questa città la vedo così: che ci passerà pure tutto il mondo ma restiamo un paesotto isolato dove si chiacchiera per essere sicuri di essere ancora vivi.

Tra i personaggi principali conosciamo Angelo, un giovane direttore tecnico di origine italiana che assieme alla sua collaboratrice Sarah tenta di mediare tra le esigenze della produzione e le reazioni dei residenti. Momo, il bambino autistico, la cui percezione degli avvenimenti esterni ci riporta in una dimensione altra, dai contorni ancora più increspati. Un personaggio di una sensibilità disarmante quanto forse il più vero tra i personaggi della storia. I cowboys, un gruppo di comparse che si immedesima a tal punto nel ruolo da impossessarsi dei costumi di scena e battere la città come un Mucchio Selvaggio, tra violenze e intimidazioni. E poi loro, i cavalli. Gli occhi spaventati, le orecchie disorientate, pelle, sangue, sudore e il loro destino tutto da scoprire.

Un cavallo dentro è luminoso , bianco con aree rosa e verdi chiaro, disegni splendidi della natura nelle vene e nelle pareti degli organi. Sono come noi, siamo come loro. Paura dolore amore pazienza, in umori e tessuti e sangue.

Pagina dopo pagina ho avuto sempre più la sensazione che la vera protagonista di questa storia fosse la laguna, con i suoi canali e i riflessi della luce sull’acqua.

Una trama che vi lascio scoprire ma di cui fondamentale è farne esperienza, sulla pelle. ⁠Una lettura in cui tutti gli avvenimenti giungono al lettore come una eco, la narrazione diventa suono, voce, quasi leggenda.

La questione dei cavalli è una storia che, sfuocando il limite tra l’inverosimile e il verosimile, mi ha inizialmente disorientata, per poi incantarmi attraverso le splendide immagini che si fanno suoni prima e frammenti di sogno poi. Questo potere di trasformazione evocativa ha la scrittura della Ulian.

Un linguaggio onirico sempre in bilico tra poesia e prosa, fatto di parole di frontiera, perché il western è frontiera, territorio inabitabile, domato, come una Venezia nata sfidando le leggi della natura che l’uomo ha piegato alla sua volontà.

Titolo: La questione dei cavalli
Autore: Arianna Ulian
Curatore: Giulio Mozzi
Prefazione: Dario Voltolini
Casa Editrice: Laurana Editore
Anno di edizione: 2020
Genere: narrativa contemporanea
Pagine: 288
Voto: 4/5

Arianna Ulian è nata nel 1975. Vive a Venezia, in sestiere Cannaregio.

Un Altro Tamburo – William Melvin Kelley [Collaborazione con Thrillernord.it]

Se un uomo non marcia allo stesso passo dei suoi compagni, forse è perché sente il ritmo di un altro tamburo. Lasciatelo seguire la musica che sente, comunque sia scandita e per quanto sia distante.

H.D. THOREAU

Immaginate. Anni Cinquanta. Una cittadina di uno stato segregazionista. La vita scorre lenta, scandita dallo stesso ritmo di sempre. Da quelle regole che, perpetrate per decenni, sanciscono una linea di separazione tra bianchi e neri che, pur vivendo a stretto contatto, nella vita pubblica devono mantenere ciascuno le proprie posizioni: chi al di là, chi al di qua di questo confine, invisibile eppure così tangibile. I neri sono ora uomini liberi, non più schiavi, ma quelle catene con cui arrivarono i loro avi, non più visibili, li tengono ancora soggiogati al potere dell’uomo bianco, in una società in cui passare inosservati è una garanzia di sopravvivenza.

Cosa accadrebbe se un giorno, all’improvviso, come un fiume silenziosamente dirompente, tutti i neri abbandonassero il loro lavoro, le loro case, i loro terreni, per migrare al nord? Questa è la brillante e provocatoria ipotesi sulla quale William Melvin Kelley costruisce il suo romanzo pubblicato negli USA nel 1962, durante una delle fasi più accese delle lotte per i diritti civili degli afroamericani.

Non una rivolta, nessun tumulto. Nessun predicatore o leader politico. Un nome soltanto: Tucker Caliban. Un nero al servizio, come suo padre e i suoi antenati, nella piantagione della famiglia Willson di cui è riuscito ad acquistarne un appezzamento. Basso, occhialuto, taciturno, servizievole. Un giovedì, sotto gli occhi increduli di alcuni suoi concittadini, inizia a spargere sale sul raccolto, uccide il suo bestiame, dà fuoco alla sua casa e con la sua famiglia parte per sempre. Cosa può averlo spinto ad agire il quel modo? Quale demone l’avrà posseduto? Follia? No: coraggio, amor proprio, dignità. Questa sua azione provocherà a effetto domino, la dipartita di tutte le famiglie di colore della cittadina.

Il racconto si sviluppa attraverso la voce di personaggi di varia estrazione sociale. La serie di reazioni all’ inaspettato comportamento di Tucker, mette a nudo il loro rapporto intrinseco e contraddittorio nei confronti della questione razziale. In primis la famiglia dei Willson, dalle idee piuttosto progressiste per l’epoca. Saranno in grado di credere fino in fondo ai loro ideali? Il gruppo di uomini bianchi, mezzadri e sfaccendati sgrammaticati che si ritrova ogni giorno a ciondolare sulla veranda dello store Thomason. Increduli assistono alla migrazione in massa dei neri senza riuscire a comprenderne la vera causa. Dove li condurrà la rabbia e l’angoscia scatenate dal profondo senso di vacuità che a poco a poco comincerà a impadronirsi di loro?

Il gesto di Tucker Caliban avrà ripercussioni anche sul reverendo Bradshaw, dai tempi dell’università militante per i diritti dei neri. Una vita spesa per la lotta in favore dei più deboli, una carriera costruita sulla difesa degli ideali di libertà e riscatto per il suo popolo, per poi vedere la Sua causa sfuggirgli di mano: rimpiange di non essere stato lui l’iniziatore, di non essere lui alla guida di una mobilitazione così imponente. In qualche modo anche il reverendo aveva qualcosa da guadagnare dalla condizione di subalternità dei neri: a chi avrebbe dato conforto se il suo popolo si fosse una volta per tutte riscattato?

la scelta di Tucker Caliban, sarà l’atto risolutore che cambierà per sempre, nel bene o nel male, le vite dei personaggi. Non serve nessuna organizzazione, nessun leader politico, nessun dio. Il singolo individuo è l’unico che possa spezzare le catene che lo tengono soggiogato. Non c’è tempo per i discorsi, non è tempo di pensare alla ragione o al torto. Bisogna farlo e basta, come unica ed estrema azione per porre fine allo sfruttamento ed essere finalmente padroni del proprio destino.

Chiunque, chiunque si può liberare dalle catene. Quel coraggio, per quanto sia nascosto in profondità, aspetta sempre di essere chiamato fuori.

Tucker Caliban aveva sentito questa chiamata, dirompente come il ruggito di una tigre. Quale sarà stato l’evento scatenante di questa consapevolezza? Si rende conto di aver perso qualcosa, quella cosa che prima di allora non aveva mai pensato di avere.

Tradotto e pubblicato per la prima volta in Italia da NN Editore nel 2019, “Un Altro Tamburo” di William Melvin Kelley è stato per me una rivelazione. L’autore, attraverso un uso del linguaggio fortemente realistico, attribuisce vita e spessore alle storie dei personaggi. Con grande maestria riesce a far entrare il lettore nella loro psicologia, a volte senza nemmeno farli parlare. Il linguaggio di Kelley penetra, come una freccia, dritto al cuore del lettore.

Una narrazione ricca di sfumature, di metafore e messaggi profondi. Un inno alla libertà, al riscatto di se stessi e alla dignità umana. La presa di coscienza di un popolo che marcia verso l’autodeterminazione, al ritmo di un altro tamburo.

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Titolo: Un Altro Tamburo
Autore: William Melvin Kelley
Traduttore: Martina Testa
Casa Editrice: NN Editore
Anno di edizione: 2019
Genere: narrativa moderna, contemporanea
Pagine: 256
Voto: 5/5

William Melvin Kelley (1937-2017) è stato un autore afroamericano, esponente del Black Arts Movement. Dopo aver studiato Letteratura inglese ad Harvard, nel 1962 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, Un Altro Tamburo, che gli è valso il Rosenthal Foundation Award e il John Hay Whitney Foundation Award. Autore di romanzi e racconti, giornalista e professore universitario, nelle sue opere ha esplorato il tema della segregazione razziale e della discriminazione.

La Ladra Di Fragole – Joanne Harris [Collaborazione con Thrillernord.it]

Ha ripreso a soffiare, il vento. Il vento danzante che fa sentire la sua voce, e quando ritorna, arriva con tutta la forza dirompente e la rabbia dell’Hurakan. Vianne lo sa bene: Il vento è trasformazione e non c’è trasformazione senza perdita. Cosa si porterà via questa volta? 

La vita è in prestito, ogni cosa che troviamo lungo la strada – amanti, figli, felicità – alla fine va restituita.

L’amore non è sicuro, porta nel suo significato intrinseco la caducità dei boccioli di primavera. Un libro che parla del significato profondo dell’amore, quell’amore che tutto tace e al contempo tutto rivela. E’ possibile proteggere chi amiamo dalla forza dirompente del vento, della vita? Quanto è difficile lasciar andare chi amiamo e accettarne la perdita?

Dopo il grande successo di Chocolat (1999), Le Scarpe Rosse (2007), Il Giardino delle Pesche e delle Rose (2012), tra profumi di bosco, di foglie cadute e le avvolgenti fragranze delle spezie invernali; tra incantesimi e arte divinatoria, Joanne Harris ci riporta nel paesino di Lansquenet-sous-Tannes per emozionarci con una storia da scartare come un cioccolatino dalla fragranza di altri luoghi e dal dolce sapore di eventi meravigliosi. Un intreccio di storie ricche di colpi di scena, che a poco a poco rivelano i segreti più profondi degli abitanti che animano l’apparente tranquillità del villaggio.

Le storie ci dicono chi siamo, chi eravamo e chi speriamo di essere. Le storie danno forma alle nostre vite, una narrativa che è alla loro radice. E a volte, le storie ci permettono di dire quelle cose che non si possono pronunciare – segrete perfino a noi stessi – al di fuori delle convenzioni e delle favole. 

Personaggi fortemente autentici, quelli della Harris, che vivono intensamente tra le righe di questa storia, mettendo a nudo le proprie fragilità e i desideri più profondi. Vianne, che con l’arte del suo cioccolato, inebria di misteriosi incantesimi i palati degli abitanti di Lansquenet. Il suo essere madre e amante. Il vento che ricomincia a soffiare, gli anni che passano, il tempo che cambia. I figli che crescono e il dover fare i conti con la contraddizione più profonda dell’amore materno: tanto più potente e forte quanto più capace di donare libertà. Anouk, bambina in Chocolat, ormai ventunenne che sta dispiegando le ali verso la realizzazione della propria vita. E Rosette. La sua bambina speciale, che legge nel cuore delle persone attraverso i suoi disegni, alla quale Narcisse, il fiorista del villaggio, lascerà la propria eredità tra lo sgomento di tutti. Ma quale sarà davvero questa eredità? Nulla è come sembra e ciò che pensiamo di aver perso, alla fine tornerà? Torna sempre il vento del Nord, cantando la sua canzone desolata sopra il suono della neve che si scioglie. 

Assaggiami. Provami. Gustami. Una tentazione provata già dalle prime pagine, trasformatasi in un’esperienza di lettura fortemente evocativa, dalle emozioni intense come le fragranze dell’oud, del legno di sandalo, del cumino e dell’ambra grigia. Le ultime battute del libro e anch’io mi sono sentita magicamente parte di questo incantesimo. 

In collaborazione con Thrillernord.it

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Titolo: La ladra di fragole
Autore: Joanne Harris
Traduttore: Laura Grandi
Casa Editrice: Garzanti
Anno di edizione: 2019
Genere: narrativa moderna
Pagine: 346
Voto: 4,5/5

Joanne Harris: Scrittrice britannica. Nata da madre francese e da padre inglese nel negozio di dolciumi dei nonni, è cresciuta a cibo e folklore. La sua bisnonna era una “strega” e una guaritrice. Tutto ciò è stato un ingrediente essenziale per lo sviluppo dei suoi romanzi. Ha studiato presso la scuola media di Wakefield e si è laureata presso il St Catharine’s College di Cambridge, in Lingue medievali e moderne. Dopo la laurea si è dedicata all’insegnamento di lingua e letteratura francese. Il suo primo romanzo, The Evil Seed, è stato pubblicato nel 1989. Nel 1999 esce Chocolat (pubblicato in Italia da Garzanti con la traduzione di Laura Grandi), che l’ha resa famosa e che è diventato un film della Miramax, diretto da Lasse Hällstrom con Juliette Binoche e Johnny Depp. A questo hanno fatto seguito Vino, patate e mele rosse (1999 – Garzanti 2001 sempre tradotto da Laura Grandi), anch’esso diventato un film (prodotto dalla Eagle Pictures), Cinque quarti d’arancia (2000), La spiaggia rubata (2002), La donna alata (2003), Profumi, giochi e cuori infranti (2004), Le scarpe rosse (2007), seguito di ChocolatLe parole segrete (2008), Il seme del male (2009), Il ragazzo con gli occhi blu (2010), Il giardino delle pesche e delle rose (2012), Un gatto, un cappello e un nastro (2014), Il canto del ribelle (2015), La classe dei misteri (2016), La ladra di fragole (2019).È anche autrice, con Fran Warde, di La cucina di Joanne Harris (2003). I suoi libri sono pubblicati in Italia da Garzanti.