Un Altro Tamburo – William Melvin Kelley [Collaborazione con Thrillernord.it]

Se un uomo non marcia allo stesso passo dei suoi compagni, forse è perché sente il ritmo di un altro tamburo. Lasciatelo seguire la musica che sente, comunque sia scandita e per quanto sia distante.

H.D. THOREAU

Immaginate. Anni Cinquanta. Una cittadina di uno stato segregazionista. La vita scorre lenta, scandita dallo stesso ritmo di sempre. Da quelle regole che, perpetrate per decenni, sanciscono una linea di separazione tra bianchi e neri che, pur vivendo a stretto contatto, nella vita pubblica devono mantenere ciascuno le proprie posizioni: chi al di là, chi al di qua di questo confine, invisibile eppure così tangibile. I neri sono ora uomini liberi, non più schiavi, ma quelle catene con cui arrivarono i loro avi, non più visibili, li tengono ancora soggiogati al potere dell’uomo bianco, in una società in cui passare inosservati è una garanzia di sopravvivenza.

Cosa accadrebbe se un giorno, all’improvviso, come un fiume silenziosamente dirompente, tutti i neri abbandonassero il loro lavoro, le loro case, i loro terreni, per migrare al nord? Questa è la brillante e provocatoria ipotesi sulla quale William Melvin Kelley costruisce il suo romanzo pubblicato negli USA nel 1962, durante una delle fasi più accese delle lotte per i diritti civili degli afroamericani.

Non una rivolta, nessun tumulto. Nessun predicatore o leader politico. Un nome soltanto: Tucker Caliban. Un nero al servizio, come suo padre e i suoi antenati, nella piantagione della famiglia Willson di cui è riuscito ad acquistarne un appezzamento. Basso, occhialuto, taciturno, servizievole. Un giovedì, sotto gli occhi increduli di alcuni suoi concittadini, inizia a spargere sale sul raccolto, uccide il suo bestiame, dà fuoco alla sua casa e con la sua famiglia parte per sempre. Cosa può averlo spinto ad agire il quel modo? Quale demone l’avrà posseduto? Follia? No: coraggio, amor proprio, dignità. Questa sua azione provocherà a effetto domino, la dipartita di tutte le famiglie di colore della cittadina.

Il racconto si sviluppa attraverso la voce di personaggi di varia estrazione sociale. La serie di reazioni all’ inaspettato comportamento di Tucker, mette a nudo il loro rapporto intrinseco e contraddittorio nei confronti della questione razziale. In primis la famiglia dei Willson, dalle idee piuttosto progressiste per l’epoca. Saranno in grado di credere fino in fondo ai loro ideali? Il gruppo di uomini bianchi, mezzadri e sfaccendati sgrammaticati che si ritrova ogni giorno a ciondolare sulla veranda dello store Thomason. Increduli assistono alla migrazione in massa dei neri senza riuscire a comprenderne la vera causa. Dove li condurrà la rabbia e l’angoscia scatenate dal profondo senso di vacuità che a poco a poco comincerà a impadronirsi di loro?

Il gesto di Tucker Caliban avrà ripercussioni anche sul reverendo Bradshaw, dai tempi dell’università militante per i diritti dei neri. Una vita spesa per la lotta in favore dei più deboli, una carriera costruita sulla difesa degli ideali di libertà e riscatto per il suo popolo, per poi vedere la Sua causa sfuggirgli di mano: rimpiange di non essere stato lui l’iniziatore, di non essere lui alla guida di una mobilitazione così imponente. In qualche modo anche il reverendo aveva qualcosa da guadagnare dalla condizione di subalternità dei neri: a chi avrebbe dato conforto se il suo popolo si fosse una volta per tutte riscattato?

la scelta di Tucker Caliban, sarà l’atto risolutore che cambierà per sempre, nel bene o nel male, le vite dei personaggi. Non serve nessuna organizzazione, nessun leader politico, nessun dio. Il singolo individuo è l’unico che possa spezzare le catene che lo tengono soggiogato. Non c’è tempo per i discorsi, non è tempo di pensare alla ragione o al torto. Bisogna farlo e basta, come unica ed estrema azione per porre fine allo sfruttamento ed essere finalmente padroni del proprio destino.

Chiunque, chiunque si può liberare dalle catene. Quel coraggio, per quanto sia nascosto in profondità, aspetta sempre di essere chiamato fuori.

Tucker Caliban aveva sentito questa chiamata, dirompente come il ruggito di una tigre. Quale sarà stato l’evento scatenante di questa consapevolezza? Si rende conto di aver perso qualcosa, quella cosa che prima di allora non aveva mai pensato di avere.

Tradotto e pubblicato per la prima volta in Italia da NN Editore nel 2019, “Un Altro Tamburo” di William Melvin Kelley è stato per me una rivelazione. L’autore, attraverso un uso del linguaggio fortemente realistico, attribuisce vita e spessore alle storie dei personaggi. Con grande maestria riesce a far entrare il lettore nella loro psicologia, a volte senza nemmeno farli parlare. Il linguaggio di Kelley penetra, come una freccia, dritto al cuore del lettore.

Una narrazione ricca di sfumature, di metafore e messaggi profondi. Un inno alla libertà, al riscatto di se stessi e alla dignità umana. La presa di coscienza di un popolo che marcia verso l’autodeterminazione, al ritmo di un altro tamburo.

🖤

Titolo: Un Altro Tamburo
Autore: William Melvin Kelley
Traduttore: Martina Testa
Casa Editrice: NN Editore
Anno di edizione: 2019
Genere: narrativa moderna, contemporanea
Pagine: 256
Voto: 5/5

William Melvin Kelley (1937-2017) è stato un autore afroamericano, esponente del Black Arts Movement. Dopo aver studiato Letteratura inglese ad Harvard, nel 1962 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, Un Altro Tamburo, che gli è valso il Rosenthal Foundation Award e il John Hay Whitney Foundation Award. Autore di romanzi e racconti, giornalista e professore universitario, nelle sue opere ha esplorato il tema della segregazione razziale e della discriminazione.

La Lettera D’Amore – Lucinda Riley

Segreti che rimangono inconfessati, celati nel silenzio di una vita intera e segreti che per vie traverse, trovano la strada verso la verità.

Che destino avrà il segreto di Rose, l’anziana signora che Joanna, giovane reporter del Moarning Mail, conoscerà alla cerimonia di commemorazione del famoso attore Sir James Harrison?

Alcuni giorni dopo questo fortuito incontro, una misteriosa lettera sarà recapitata tra le mani della giovane giornalista. Ben presto Joanna capirà di essere stata coinvolta in una storia scottante che da Londra all’Irlanda, la porterà tra i corridoi del Palazzo della Casa Reale d’Inghilterra. La sua vita verrà messa sottosopra e la sua unica via d’uscita sarà scoprire chi si nasconde dietro la calligrafia di quella lettera.

Fino a che punto si potrà spingere alla ricerca della verità? Quale sarà il prezzo da pagare? Nulla sarà più come prima e il tentativo di svelare il segreto che avvolge l’enigmatico carteggio, la porterà non solo a mettere in discussione amicizie di una vita ma anche a diffidare dell’amore e delle persone a lei più care.

Una lettera e un segreto attraverso cui l’autrice Lucinda Riley, ci trasporta in una storia avvolta da pericolosi segreti, intrighi di Stato e in cui non mancano azione e colpi di scena. Una lettera che indissolubilmente unirà per sempre i destini dei personaggi le cui debolezze e paure riaffiorano, da un passato creduto ormai sepolto, con la dirompenza di un segreto da troppo tempo celato che finalmente chiede il suo riscatto.

La Lettera D’Amore è stato il primo libro della Riley che ho letto. Subito mi ha tenuta incollata alle sue pagine grazie all’uso di un linguaggio essenziale, scorrevole e pertanto estremamente efficace. Una trama ben congeniata che, come le tessere di un puzzle, a poco a poco rivelano il disegno finale che non lascia spazio alla banalità.

🖤

Titolo: La Lettera D’Amore
Autore: Lucinda Riley
Traduttore: Leonardo Taiuti
Casa Editrice: Giunti Editore
Anno di edizione: 2018
Genere: narrativa straniera
Pagine: 560
Voto: 4/5

Lucinda Riley è nata in Irlanda e ha esordito come scrittrice a 24 anni. Vive tra il Norfolk e il Sud della Francia, con il marito e i quattro figli.
Il giardino degli incontri segreti (Giunti 2012) è diventato un bestseller internazionale e in Italia è balzato subito ai primi posti delle classifiche. Sempre per Giunti sono usciti La luce alla finestra (2013), Il segreto della bambina sulla scogliera (2013), Il profumo della rosa di mezzanotte (2014), L’angelo di Marchmont Hall (2015), Le Sette Sorelle (2015), Ally nella tempesta (2016), Il segreto di Helena (2016). I suoi romanzi sono tradotti in più di 26 Paesi.

I LOVE CELLULITE – Martina Semenzato [Collaborazione]

L’idea di questo libro nasce 8 anni fa, ma la mia battaglia contro la cellulite, meglio detta malefica, inizia molto prima. A poco a poco la lotta si è trasformata in una passione. A forza di averla sempre con me, alla malefica mi sono affezionata. Il consiglio migliore alla fine sarà sempre la leggerezza. Leggerezza non di culo, non di cosce, ma di animo e di spirito. Prefazioni di Dario Ballantini e Alice Mangione di The Pozzolis family.

Passeremo l’intera esistenza a cercare di essere migliori di…più belle di…simili a…

Creme, tisane, trattamenti, pubblicità, influencer, la prova costume, la tua amica che non ne ha neanche l’ombra eppure si scofana sempre di tutto e di più (forse è il mio cul…ehm, volevo dire, è il mio karma che negli ultimi 25 anni ha avuto qualche piccolo intoppo?). Insomma, come ci giriamo e rigiriamo alla fine si finisce sempre a pensare a lei: la cellulite.

Inutile dire, ahimè, perché il titolo di questo libro mi abbia incuriosita così tanto. Non appena arrivatomi, ho cominciato subito a leggerlo e l’ho letteralmente divorato. Ironia e leggerezza con cui Martina Semenzato tratta un argomento che riguarda ben l’80 per cento delle donne, alcune delle quali lo vivono come un vero e proprio disagio. L’autrice racconta il suo rapporto con la “malefica” a partire da quando era ragazzina, e la sua personale e ossessiva lotta alla cellulite fino ad arrivare al bisturi del chirurgo. Pagina dopo pagina, tra un sorriso e l’altro, ti rendi conto che questa storia autobiografica, che chiama in causa i rapporti sentimentali con il proprio partner, quelli intricati con la propria suocera, madre e le strambe amicizie femminili, sta in realtà parlando anche di te, e rivela un messaggio molto profondo che va al di là del semplice ironizzare sull’essere donna e per di più, donna con quei buchetti che tanto ci fanno dannare e spendere (tra l’altro).

La cellulite alla fine puoi debellarla definitivamente innanzitutto dalla tua testa: meno ci pensi, meno ne vedi, meno ne vedranno gli occhi di chi ti guarda. La medicina migliore è sempre la leggerezza, non di culo, non di portafoglio ma di testa!

La questione riguarda piuttosto quegli inestetismi che abbiamo nella nostra testa, che anni di marketing pubblicitario a valangate di photoshop, condizionamento culturale, canoni estetici imposti dalla società, hanno inculcato nella nostra mente e nelle nostre chiappe, direi (fermatemi, vi prego!!), alleggerendo i nostri portafogli (ahhh se potessero parlare!!). Un breve manuale, ricco di citazioni e illustrato dalle simpatiche vignette di Marta Battocchio, con lo scopo di comunicare che la cura migliore per il trattamento della cellulite è sempre e sarà sempre la nostra intelligenza. Intelligenza di ironizzare innanzitutto su noi stesse, sui nostri comportamenti, sugli infiniti e fantasiosi tentativi di debellare a tutti i costi un qualcosa che in realtà ci appartiene in quanto donne e che caratterizza la nostra femminilità.

Questo certo non significa non aver cura di sè. Anzi. volersi bene e migliorarsi è sempre una buona strada da perseguire, ma volersi bene significa anche non farsene una malattia se sulla nostra coscetta o sul nostro fianco si intravede un buchetto di cellulite. Va bene, non è mai uno…facciamo due? Abbiamo una testa. Usiamola. Noi donne siamo molto di più dei nostri culi. Eccheccavolo, finalmente lo posso scrivere!! (forse la questione mi sta un po’ sfuggendo di mano 😅).

Il consiglio migliore alla fine sarà sempre la leggerezza. Leggerezza non di culo, non di cosce, ma di animo e spirito.

Impariamo a volerci bene, a non essere le peggiori nemiche di noi stesse. Non guardiamoci allo specchio cercando solo quello che non va. Guardiamo quello che abbiamo di bello, ciò che di unico ci contraddistingue e facciamo in modo che anche gli altri lo vedano. Il vero cambiamento non avviene solo cambiando il nostro corpo ma il nostro modo di pensare e di pensarci:

la vera sfida non è combatterla, questa cellulite, ma tenersela!

Lo sapevo, alla fine nella vita è sempre e solo questione di…culo? No, di testa!

Buona cellulite a tutte!

🖤 VUOI SAPERNE DI PIÙ? LEGGI LA MIA INTERVISTA ALL’ AUTRICE 🖤

Titolo: I Love Cellulite
Autore: Martina Semenzato
Illustratore: Marta Battocchio
Casa Editrice: Peruzzo Editoriale – Guida Editori
Anno di edizione: 2018
Genere: moda e bellezza
Pagine: 126 p.
Voto: 3,5/5

L’Età Dell’Innocenza – Edith Wharton

Il sapore delle cose cui era abituato aveva il sapore della cenere, e c’erano momenti durante i quali sentiva come se lo seppellissero vivo dentro il suo futuro.

L’Età dell’Innocenza è la fotografia ingiallita di una New York ovattata e spazzata via dall’irrompere della modernità. Una società conservatrice, rassicurata nelle antiche e perpetrate abitudini, in cui le antiche regole della decenza guidano gli apatici destini dei personaggi. Un mondo placido e sornacchioso, circoscritto nello spazio e nelle relazioni di una città che appare come un villaggio e la cui quotidianità è scandita dalla ripetitività di convenevoli che si avvalorano nell’abitudine e nell’assoluta esclusione dell’imprevisto.

Ma cosa succede quando la sicurezza, dettata dalla conformità alla disciplina e ai valori universalmente condivisi dal mondo che ti circonda, e in cui tu credi fervidamente, viene scardinata con la medesima imprevedibilità e dirompenza di un fulmine, che squarcia il cielo in una placida notte estiva? E questo lampo improvviso, cosa rivela allo sguardo e al cuore? E’ quello che succede a Newland Archer, giovane pacato avvocato adeguatamente conformato e intonato alla disciplina ristretta della sua società come i seriosi mobili di Eastlake accuratamente intonati alla carta da parati scura della sua amata biblioteca di casa.

Un matrimonio già deciso in arrivo, il suo, con la giovane ed educata May, anche lei soprammobile adeguatamente intonato alla tappezzeria; incastonata nel ruolo di moglie accomodante e silente custode di tutte le vecchie tradizioni e convinzioni. E proprio il matrimonio, sigillo di fedeltà alla tradizione, garanzia definitiva e irrevocabile di un sistema di valori legati all’apparenza, rischia di essere messo in discussione.

Ellen Olenska, cugina di May, è il nome di quel fulmine che sradica come un uragano tutto il mondo artefatto di Archer. In una realtà in cui il matrimonio era un dovere che nulla aveva a che fare con l’amore, gli occhi del protagonista si spalancano come risvegliato bruscamente da un lungo sonno, per osservare le macerie di un mondo di cartapesta sgretolatosi fra le sue mani. Proprio Ellen incarna lo strappo alle regole: con il suo comportamento impulsivo, la trasparenza e la spontaneità dei suoi sentimenti.

Il libro racconta il percorso interiore di un Archer per cui:

conformarsi alla disciplina di una società ristretta era diventato quasi una seconda pelle. Lo ripugnava fare qualcosa di melodrammatico e appariscente, qualcosa che il signor van der Lyden avrebbe deprecato e il palco del circolo giudicato come pessime maniere. Ma di colpo era diventato inconsapevole del palco, del signor van der Lyden, di tutto quello che per così tanto tempo lo aveva racchiuso nel caldo rifugio dell’abitudine.

Di qui i suoi tentativi di sposare Ellen, tentativi puntualmente schiacciati dall’inesorabilità di un destino già sancito dalle convenzioni sociali. Non potrà fare altro che soccombere al senso del dovere, accettando il matrimonio con una donna che non ama:

Sapeva di aver perso qualcosa: il fiore della vita. Quando pensava a Ellen Olenska, lo faceva in astratto, serenamente, come si può pensare a un amore immaginario in un libro o in un quadro: era diventata la visione composita di tutto quel che aveva perduto.

Verso la risoluzione della trama, nelle parole di un Archer ormai invecchiato e immerso nei rimpianti soffocati di una vita inespressa, echeggia la voce dell’autrice che, pur sottolineando con analisi critica e ironica l’apparente assurdità e frivolezza di quel mondo, il mondo di quando era bambina, gli rivolge tuttavia uno sguardo tenero, come verso il ricordo di un’infanzia persa nel tempo che si sa, non potrà più tornare:

Quando si guardava attorno, rendeva onore al proprio passato, e lo rimpiangeva. Dopo tutto nelle vecchie usanze c’era del buono.

Arrivata all’ultima pagina sentivo che il cuore mi batteva dall’emozione…quando succede questo significa che abbiamo a che fare con una storia solida che è riuscita a coinvolgerci a tal punto da farci provare le emozioni del protagonista stesso.

🖤

Titolo: L’Età Dell’Innocenza
Autore: Edith Wharton
Traduttore: Sara Antonelli
Casa Editrice: Feltrinelli
Anno di edizione: 2017
Genere: Narrativa Classica
Pagine: 378 p.
Voto: 4,5/5

Edith Newbold Jones Wharton (New York, 24 gennaio 1862 – Saint-Brice-sous-Forêt, 11 agosto 1937) è stata una scrittrice e poetessa statunitense. Di famiglia ricchissima, nel 1885 sposa il banchiere Edward Wharton. Dopo la separazione dal marito si trasferisce in Francia, dove stringe amicizia con i maggiori scrittori e intellettuali del tempo, come Henry James, Sinclair Lewis, Jean Cocteau e André Gide. Nel 1902 pubblica il suo primo romanzo The Valley of Decision, cui seguono nel 1905 La casa della gioia, nel 1911 Ethan Frome e nel 1920 L’età dell’innocenza, le sue grandi opere. Fu la prima donna a vincere il premio Pulitzer per il romanzo L’età dell’innocenza (The Age of innocence) nel 1921. Muore in Francia nel 1937.