Intervista a Lorenzo Foltran autore del libro “In Tasca La Paura di Volare”, Oèdipus Edizioni, 2018

In un mondo come quello di oggi, frenetico, dominato dal digitale e dai social, c’è ancora spazio per la poesia?

Non mi stancherò mai di ripetere che oggi esistono almeno tre validi motivi per leggere poesia:

. La brevità della poesia comporta un tempo di lettura ideale per il lettore contemporaneo che ha sempre meno tempo da dedicare ai libri.

. Tale brevità è perfetta per la condivisione sui social.

. A chi pensa che la poesia sia un genere di difficile comprensione rispondo: una poesia può comunicare prima ancora di essere capita.

Quindi, sì, c’è ancora spazio per la poesia. Proprio grazie ai social media è più facile arrivare ai lettori, basti pensare al successo di alcuni, cosiddetti, “instapoeti”. Il problema, però, è riuscire a trasformare il “mi piace” in acquisto del libro ed evitare di diventare unicamente un “brand”, una faccia da mostrare in video su Youtube o nelle storie di Instagram. Altra questione è la qualità dei testi: trovo che quasi la totalità delle poesie pubblicate in rete si limiti a formule a effetto pensate e scritte per fare breccia nei cuori dei non-lettori o in quelli dei lettori sprovveduti. Sono frasi sdolcinate o pseudoromantiche, non poesia.

Com’è nata l’idea di questa raccolta di poesie?

La silloge è l’evoluzione di altre due raccolte, “La ragazza luna” e “L’una la musa dell’altro”, rimaste, fortunatamente, inedite in quanto entrambe contraddistinte da una scrittura adolescenziale. Erano una sorta di canzoniere amoroso con molta ispirazione ma poca sostanza. Infatti, il piano autobiografico su cui si basavano i testi non mi permetteva di dare un significato culturale, universale oltre che privato, alla mia poesia. Attraverso un lungo e accurato lavoro di rifinitura, anche su testi che ritenevo intoccabili, ho rivoluzionato la struttura della raccolta ed è nata In tasca la paura di volare.

Ciò che da subito mi ha colpito della tua poetica è un più che evidente richiamo alla poesia petrarchesca e ai suoi stilemi, ma il tutto direi “vissuto” nella contemporaneità, riportato ai giorni nostri per quanto riguarda anche i contenuti. Un contrasto interessante quanto ardito a mio avviso. Vuoi spiegarci nel dettaglio questa scelta?

Oltre agli stilemi petrarcheschi, non bisogna dimenticare che vi è molto anche della poesia provenzale. Sono stati i poeti provenzali a inventare il concetto di cortesia che si basa sul riconoscimento del valore della donna per lo sviluppo morale dell’uomo. La poesia provenzale ci ha donato un prezioso patrimonio letterario e anche una profonda eredità spirituale. Ma oggi chi conosce o ha letto le poesie di poeti come Jaufré Rudel o Raimbaut d’Aurenga? Rinnovare e attualizzare tale concetto permette di riproporlo e renderne più facile la fruizione ai lettori di oggi. Tuttavia questa componente cortese/petrarchesca caratterizza unicamente la prima sezione della raccolta. I lettori sono affascinati dalla prefazione di Dario Pisano, ma non prendono in considerazione una parte della sua, corretta, interpretazione: l’aspetto ironico. Dario scrive: “La sua musa abita le rive dell’antica tradizione poetica italiana, e riscrive, con una dose di umorismo e ironia, celebri pagine della tradizione stilnovistica e petrarchesca”. Tutto ciò presuppone una presa di distanza dalla poesia d’amore tradizionale. Come Orfeo con Euridice, il poeta può tenere per mano la sua musa, ma non può voltarsi per guardarla se non vuole perderla (o perdersi nel suo sguardo). In In tasca la paura di volare il poeta si è voltato alla ricerca della sua musa, perdendola per sempre. Da questo deriva il fallimento del rapporto io-tu, del binomio poeta-musa tipico della lirica d’amore.

In Tasca La Paura Di Volare è una delle poesie contenute in questo libro e che dà il titolo alla raccolta. Qual è il significato di questa espressione e perché hai scelto proprio questa poesia come rappresentativa della raccolta?

È un titolo evocativo, un endecasillabo che suona davvero bene. Si tratta di un verso della poesia che chiude il libro. L’ho scelto perché penso riassuma perfettamente l’atmosfera della raccolta e ciò che resta del viaggio effettuato lungo le tre sezioni. Quella paura è l’unico biglietto di cui disponiamo verso il futuro, ed è di sola andata.

Cosa significa per te scrivere poesie? Che rapporto hai con la tua opera?

La poesia è un bisogno, qualcosa che nasce spontaneamente. Come diceva il poeta Dario Bellezza, andare a fare la spesa, mangiare, scrivere una poesia sono la stessa cosa, se uno è un vero poeta, poi se uno deve fare uno sforzo per esserlo è inutile che lo fa. Poi, ovviamente, a questa prima fase più creativa deve seguire un continuo lavoro di lima. Per questo ho un rapporto difficile con la mia opera, come penso lo sia per tutti i poeti. Dopo aver lavorato mesi, o anni, sulla stessa raccolta è necessario abbandonarla, addirittura smetterla di rileggerla. Questo perché il poeta che si migliora vi troverà sempre dei difetti: una poesia non finisce mai, è un testo in continua evoluzione, ma bisogna avere il coraggio di allontanarsene altrimenti si corre il rischio di restare bloccati. Se oggi potessi intervenire su In tasca la paura di volare modificherei non poche cose.

Progetti per il futuro. Hai qualche anticipazione?

Mi trovo in una fase straordinariamente creativa. Ho da poco ordinato e corretto quella che sarà la mia seconda raccolta. L’obiettivo è di pubblicare con un editore più grande e importante. In attesa delle risposte delle case editrici alle quali ho inviato il manoscritto, mi sto concentrando sulle pubblicazioni in rivista e sulla traduzione in francese delle mie poesie. Una mia poesia è stata da poco pubblicata sulla rivista letteraria “Méninge” e altri miei testi saranno presto pubblicati sulle riviste “Meteor” e “Filigranes”. Infine, ho cominciato a dedicarmi anche alla prosa, infatti sono al lavoro sul mio primo romanzo in cui la poesia avrà un ruolo fondamentale. 

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I LOVE CELLULITE – Martina Semenzato [Collaborazione]

L’idea di questo libro nasce 8 anni fa, ma la mia battaglia contro la cellulite, meglio detta malefica, inizia molto prima. A poco a poco la lotta si è trasformata in una passione. A forza di averla sempre con me, alla malefica mi sono affezionata. Il consiglio migliore alla fine sarà sempre la leggerezza. Leggerezza non di culo, non di cosce, ma di animo e di spirito. Prefazioni di Dario Ballantini e Alice Mangione di The Pozzolis family.

Passeremo l’intera esistenza a cercare di essere migliori di…più belle di…simili a…

Creme, tisane, trattamenti, pubblicità, influencer, la prova costume, la tua amica che non ne ha neanche l’ombra eppure si scofana sempre di tutto e di più (forse è il mio cul…ehm, volevo dire, è il mio karma che negli ultimi 25 anni ha avuto qualche piccolo intoppo?). Insomma, come ci giriamo e rigiriamo alla fine si finisce sempre a pensare a lei: la cellulite.

Inutile dire, ahimè, perché il titolo di questo libro mi abbia incuriosita così tanto. Non appena arrivatomi, ho cominciato subito a leggerlo e l’ho letteralmente divorato. Ironia e leggerezza con cui Martina Semenzato tratta un argomento che riguarda ben l’80 per cento delle donne, alcune delle quali lo vivono come un vero e proprio disagio. L’autrice racconta il suo rapporto con la “malefica” a partire da quando era ragazzina, e la sua personale e ossessiva lotta alla cellulite fino ad arrivare al bisturi del chirurgo. Pagina dopo pagina, tra un sorriso e l’altro, ti rendi conto che questa storia autobiografica, che chiama in causa i rapporti sentimentali con il proprio partner, quelli intricati con la propria suocera, madre e le strambe amicizie femminili, sta in realtà parlando anche di te, e rivela un messaggio molto profondo che va al di là del semplice ironizzare sull’essere donna e per di più, donna con quei buchetti che tanto ci fanno dannare e spendere (tra l’altro).

La cellulite alla fine puoi debellarla definitivamente innanzitutto dalla tua testa: meno ci pensi, meno ne vedi, meno ne vedranno gli occhi di chi ti guarda. La medicina migliore è sempre la leggerezza, non di culo, non di portafoglio ma di testa!

La questione riguarda piuttosto quegli inestetismi che abbiamo nella nostra testa, che anni di marketing pubblicitario a valangate di photoshop, condizionamento culturale, canoni estetici imposti dalla società, hanno inculcato nella nostra mente e nelle nostre chiappe, direi (fermatemi, vi prego!!), alleggerendo i nostri portafogli (ahhh se potessero parlare!!). Un breve manuale, ricco di citazioni e illustrato dalle simpatiche vignette di Marta Battocchio, con lo scopo di comunicare che la cura migliore per il trattamento della cellulite è sempre e sarà sempre la nostra intelligenza. Intelligenza di ironizzare innanzitutto su noi stesse, sui nostri comportamenti, sugli infiniti e fantasiosi tentativi di debellare a tutti i costi un qualcosa che in realtà ci appartiene in quanto donne e che caratterizza la nostra femminilità.

Questo certo non significa non aver cura di sè. Anzi. volersi bene e migliorarsi è sempre una buona strada da perseguire, ma volersi bene significa anche non farsene una malattia se sulla nostra coscetta o sul nostro fianco si intravede un buchetto di cellulite. Va bene, non è mai uno…facciamo due? Abbiamo una testa. Usiamola. Noi donne siamo molto di più dei nostri culi. Eccheccavolo, finalmente lo posso scrivere!! (forse la questione mi sta un po’ sfuggendo di mano 😅).

Il consiglio migliore alla fine sarà sempre la leggerezza. Leggerezza non di culo, non di cosce, ma di animo e spirito.

Impariamo a volerci bene, a non essere le peggiori nemiche di noi stesse. Non guardiamoci allo specchio cercando solo quello che non va. Guardiamo quello che abbiamo di bello, ciò che di unico ci contraddistingue e facciamo in modo che anche gli altri lo vedano. Il vero cambiamento non avviene solo cambiando il nostro corpo ma il nostro modo di pensare e di pensarci:

la vera sfida non è combatterla, questa cellulite, ma tenersela!

Lo sapevo, alla fine nella vita è sempre e solo questione di…culo? No, di testa!

Buona cellulite a tutte!

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Titolo: I Love Cellulite
Autore: Martina Semenzato
Illustratore: Marta Battocchio
Casa Editrice: Peruzzo Editoriale – Guida Editori
Anno di edizione: 2018
Genere: moda e bellezza
Pagine: 126 p.
Voto: 3,5/5

Intervista a Martina Semenzato, autrice del libro “I Love Cellulite”, Peruzzo Editoriale – Guida Editori, 2018

Dopo aver letto il suo libro, erano diverse le domande che avrei desiderato porre a Martina. Ho deciso quindi di proporle questa intervista che condivido con grande entusiasmo. La ringrazio nuovamente per la gentilezza e la grande disponibilità che mi ha dimostrato. Un ringraziamento speciale anche al suo staff davvero molto professionale e attento.

“I Love Cellulite” in un mondo mediatico che per decenni, salvo rare eccezioni dalla breve vita, ha costruito uno stereotipo di bellezza femminile basato sulla magrezza e sull’assenza di imperfezioni. Una provocazione? Sicuramente una scelta contro corrente. Vuoi spiegarci?

L’idea di questo libro nasce 8 anni fa, ma la mia battaglia contro la cellulite, meglio detta la malefica, inizia molto prima, da quando ho 14 anni!! A poco a poco la lotta si è trasformata in una passione. A forza di averla con me, alla malefica mi sono affezionata. Un rapporto complesso, di amore e odio. Una storia complicata.
Una provocazione si! Una condivisone tra donne si! Un guardarsi allo specchio con occhi diversi si! Uno sdoganare la cellulite si!!

Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro, cosa ha significato per te, era nei tuoi progetti quello di diventare una scrittrice?

La voglia era quella di dar vita ad un breve manuale che alleggerisse le donne da un tormento e ironizzasse anche un po’ sui loro limiti fisici e a volte mentali, spesso sociali e anche economici!!
Non era nei miei progetti diventare scrittrice, ma la passione per la lettura e la scrittura li ho coltivati grazie ai miei studi classici!!
Quindi direi che la scrittrice di fatto inconsciamente c’era da tempo!!
Adesso c’ho preso gusto e sto finendo il secondo libro I Love Panza!!
La parte editoriale è per me molto importante!! E si abbina ad un importante progetto di marketing e valorizzazione del logo!

Una scrittura ironica, divertente, leggera, quando pagina dopo pagina si scopre l’elemento fortemente autobiografico e profondo che caratterizza il tuo libro. Questa ironia rispecchia il tuo modo di essere e di approcciarti alla vita?

Si assolutamente: cancro ascendente cancro!!! Trovo che l’ironia possa essere una leva forte per affrontare le straordinarie sfide che la vita cellulitica ci riserva.
Ironia fatta con intelligenza e rispetto di se stesse e di chi ci sta vicino.

Nel libro parli anche di chirurgia estetica a cui tu stessa, senza segreti, riveli di esserti sottoposta. Col senno di poi, e soprattutto dopo la pubblicazione di questo libro, lo rifaresti?

Si lo rifarei, ogni volta che faccio una presentazione preciso che io sono per la cura del contenitore, anche se il contenuto viene prima di qualsiasi altra cosa.
Non mi spaventa il ricorrere alla chirurgia estetica, ne sono portatrice sana!!!
Sana perché se la chirurgia ti fa stare bene, come un bel vestito o un bel rossetto o una scarpa tacco 12 o una pantofola pelosa…ben venga!
Non sono d’accordo con chi fa della chirurgia estetica la sola ragione di vita, o chi vuole sembrare una ventenne quando magari di anni ne ha quaranta!!

Nel libro lanci alle tue lettrici una doppia sfida: non solo imparare a convivere con la propria cellulite, ma, per le più intrepide, di postarla tramite l’hashtag #ILOVECELLULITE. Quale feedback hai avuto?

Vuoi la verità! Un feedback tiepido!!! E lo capisco, io ho postato la mia cellulite! Con una bellissima foto, molto fashion in costume anni 50!!! Eppure ho fatto fatica! Le nostre peggiori nemiche: noi stesse!
Però poi è stato catartico e quest’estate via post in costume! Questa volta senza pensarci tanto su!!!

Il tuo libro è diventato una fondazione, vuoi raccontarci nel dettaglio di cosa si tratta?

E’ diventato una società I Love Me srl.
Un progetto di aiuto alle donne di qualsiasi età che hanno bisogno di un contributo concreto per realizzare i propri sogni. Iniziative che travalicano il progetto editoriale, ponendo il focus su micro progetti di lavoro e di vita al femminile.
I love cellulite e i love me non è solo un progetto editoriale e’ soprattutto uno sguardo attento rivolto al mondo al femminile (per ora!), e’ un progetto di merchandising con il fine di raccogliere risorse per sponsorizzare i sogni delle donne!

Progetti per il futuro. Un altro libro in vista?

Si come ti dicevo sto finendo I Love Panza! Qui spaziamo su visioni diverse, molto diverse…. Quella maschile e quella femminile, dello stesso argomento: la pancia!!!
Ho già iniziato questo confronto uomo/donna soprattutto con le acque aromatizzate!!
Attenzione niente stereotipi, amo gli uomini e le loro contraddizioni!!! Che poi completano le nostre! Ma e’ inevitabile siamo due mondi meravigliosamente  diversi e di questo ne dobbiamo prendere atto e continuare ad ironizzarci su!!!

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L’Età Dell’Innocenza – Edith Wharton

Il sapore delle cose cui era abituato aveva il sapore della cenere, e c’erano momenti durante i quali sentiva come se lo seppellissero vivo dentro il suo futuro.

L’Età dell’Innocenza è la fotografia ingiallita di una New York ovattata e spazzata via dall’irrompere della modernità. Una società conservatrice, rassicurata nelle antiche e perpetrate abitudini, in cui le antiche regole della decenza guidano gli apatici destini dei personaggi. Un mondo placido e sornacchioso, circoscritto nello spazio e nelle relazioni di una città che appare come un villaggio e la cui quotidianità è scandita dalla ripetitività di convenevoli che si avvalorano nell’abitudine e nell’assoluta esclusione dell’imprevisto.

Ma cosa succede quando la sicurezza, dettata dalla conformità alla disciplina e ai valori universalmente condivisi dal mondo che ti circonda, e in cui tu credi fervidamente, viene scardinata con la medesima imprevedibilità e dirompenza di un fulmine, che squarcia il cielo in una placida notte estiva? E questo lampo improvviso, cosa rivela allo sguardo e al cuore? E’ quello che succede a Newland Archer, giovane pacato avvocato adeguatamente conformato e intonato alla disciplina ristretta della sua società come i seriosi mobili di Eastlake accuratamente intonati alla carta da parati scura della sua amata biblioteca di casa.

Un matrimonio già deciso in arrivo, il suo, con la giovane ed educata May, anche lei soprammobile adeguatamente intonato alla tappezzeria; incastonata nel ruolo di moglie accomodante e silente custode di tutte le vecchie tradizioni e convinzioni. E proprio il matrimonio, sigillo di fedeltà alla tradizione, garanzia definitiva e irrevocabile di un sistema di valori legati all’apparenza, rischia di essere messo in discussione.

Ellen Olenska, cugina di May, è il nome di quel fulmine che sradica come un uragano tutto il mondo artefatto di Archer. In una realtà in cui il matrimonio era un dovere che nulla aveva a che fare con l’amore, gli occhi del protagonista si spalancano come risvegliato bruscamente da un lungo sonno, per osservare le macerie di un mondo di cartapesta sgretolatosi fra le sue mani. Proprio Ellen incarna lo strappo alle regole: con il suo comportamento impulsivo, la trasparenza e la spontaneità dei suoi sentimenti.

Il libro racconta il percorso interiore di un Archer per cui:

conformarsi alla disciplina di una società ristretta era diventato quasi una seconda pelle. Lo ripugnava fare qualcosa di melodrammatico e appariscente, qualcosa che il signor van der Lyden avrebbe deprecato e il palco del circolo giudicato come pessime maniere. Ma di colpo era diventato inconsapevole del palco, del signor van der Lyden, di tutto quello che per così tanto tempo lo aveva racchiuso nel caldo rifugio dell’abitudine.

Di qui i suoi tentativi di sposare Ellen, tentativi puntualmente schiacciati dall’inesorabilità di un destino già sancito dalle convenzioni sociali. Non potrà fare altro che soccombere al senso del dovere, accettando il matrimonio con una donna che non ama:

Sapeva di aver perso qualcosa: il fiore della vita. Quando pensava a Ellen Olenska, lo faceva in astratto, serenamente, come si può pensare a un amore immaginario in un libro o in un quadro: era diventata la visione composita di tutto quel che aveva perduto.

Verso la risoluzione della trama, nelle parole di un Archer ormai invecchiato e immerso nei rimpianti soffocati di una vita inespressa, echeggia la voce dell’autrice che, pur sottolineando con analisi critica e ironica l’apparente assurdità e frivolezza di quel mondo, il mondo di quando era bambina, gli rivolge tuttavia uno sguardo tenero, come verso il ricordo di un’infanzia persa nel tempo che si sa, non potrà più tornare:

Quando si guardava attorno, rendeva onore al proprio passato, e lo rimpiangeva. Dopo tutto nelle vecchie usanze c’era del buono.

Arrivata all’ultima pagina sentivo che il cuore mi batteva dall’emozione…quando succede questo significa che abbiamo a che fare con una storia solida che è riuscita a coinvolgerci a tal punto da farci provare le emozioni del protagonista stesso.

🖤

Titolo: L’Età Dell’Innocenza
Autore: Edith Wharton
Traduttore: Sara Antonelli
Casa Editrice: Feltrinelli
Anno di edizione: 2017
Genere: Narrativa Classica
Pagine: 378 p.
Voto: 4,5/5

Edith Newbold Jones Wharton (New York, 24 gennaio 1862 – Saint-Brice-sous-Forêt, 11 agosto 1937) è stata una scrittrice e poetessa statunitense. Di famiglia ricchissima, nel 1885 sposa il banchiere Edward Wharton. Dopo la separazione dal marito si trasferisce in Francia, dove stringe amicizia con i maggiori scrittori e intellettuali del tempo, come Henry James, Sinclair Lewis, Jean Cocteau e André Gide. Nel 1902 pubblica il suo primo romanzo The Valley of Decision, cui seguono nel 1905 La casa della gioia, nel 1911 Ethan Frome e nel 1920 L’età dell’innocenza, le sue grandi opere. Fu la prima donna a vincere il premio Pulitzer per il romanzo L’età dell’innocenza (The Age of innocence) nel 1921. Muore in Francia nel 1937.

Mangia Prega Ama – Elizabeth Gilbert

Ognuno di noi ha il diritto di non smettere di cercare finché non arriverà il più vicino possibile alla fonte della meraviglia.

Trent’anni. Una bella casa a New York, un marito, un’affermata carriera tra le mani, tanti amici. Trent’anni e trovarsi, una notte, a piangere ininterrottamente sul pavimento del bagno senza sapere il perché. Improvvisamente rendersi conto di vivere una vita che non ci appartiene; di fingere di essere una persona che nel nostro profondo non esiste ma che ci è stata messa addosso come un abito troppo stretto o un cappotto troppo grande, a cui bene o male ci siamo adattati portandoceli in giro per le strade dei nostri anni.

Una storia autobiografica che ci accompagna nell’intimo viaggio della scrittrice attraverso la propria liberazione esistenziale. Accettare di perdere qualcosa, tutto, mettendo in discussione le proprie certezze e comodità. Accettare di passare attraverso il proprio dolore e quello indirettamente causato a chi ci vuole bene come prezzo altissimo per il biglietto di un viaggio alla ricerca della propria autenticità:

Ho passato così tanto tempo, negli ultimi anni, a domandarmi che cosa dovevo essere. una moglie? Una madre? Un’amante? Una zitella? Un’italiana? Una golosa? Una viaggiatrice? Un’artista? Una yogi? Adesso so di non essere nessuna di queste cose, almeno non completamente. E non sono neanche la Zia Liz la Pazza. Sono solo un’antevasin – né questo né quello- una cercatrice sul confine sempre in movimento della magnifica, temibile foresta del nuovo.

Mangia, prega, ama è un mantra che prende vita nel viaggio dell’autrice attraverso tre paesi: Italia, India, Indonesia. È una cura del corpo e dello spirito per liberarsi dall’obbligo di fingere di essere un’altra. Riscoprire il rapporto con il proprio corpo, nutrirlo, godere delle gioie della vita; guardare in faccia le proprie paure e accoglierle; riscoprire in se stessi il desiderio di amare e di essere amati.

Un libro che tratta della difficoltà della donna moderna di dover fare i conti con i diversi ruoli che è chiamata a ricoprire: donna, moglie, madre, lavoratrice. Non sempre questo schema, comunemente accettato e perseguito è la cosa migliore per tutti. È un attimo riscoprirsi a vivere una vita che non sentiamo nostra, svegliarci nel sogno di qualcun altro perché il cammino da realizzare è già tracciato. È un attimo non accorgersene, non almeno finché ci si ritrova sul pavimento del proprio bagno a piangere con la complicità della notte. Una storia che invita a riflettere sulle possibilità di realizzazione del nostro essere, sul fatto che non sia necessariamente tutto già stabilito ma che sia possibile realizzare la propria felicità anche se ciò comporta, come Amleto ci insegna: “imbracciare le armi contro un oceano di difficoltà” e affrontare così i propri demoni.

La felicità è universalmente considerata un colpo di fortuna, qualcosa che può arrivare dall’alto come una bella giornata di sole. Ma il suo vero meccanismo è un altro. La felicità è il risultato di uno sforzo individuale. Si combatte per ottenerla, si lotta per lei, la si difende. E quando la si è raggiunta non si deve mai perdere la volontà di mantenerla, si deve compiere un potente sforzo per continuare a nuotare sulla cresta della sua onda.

Quando tocchiamo il fondo, proprio in questo momento, stiamo già cominciando la risalita.

Buon mantra a tutti!! 🙂

🖤

Titolo: Mangia Prega Ama
Autore: Elizabeth Gilbert
Traduttore: Margherita Crepax
Casa Editrice: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
Anno di edizione: 2013
Genere: Narrativa moderna e contemporanea
Pagine: 376
Voto: 4/5

Elizabeth Gilbert: laureata alla New York University in scienze politiche è giornalista e autrice di racconti, romanzi e biografie. La sorella, Catherine Gilbert Murdock, è anch’essa scrittrice. Dopo il successo internazionale di Mangia prega ama – bestseller da milioni di copie – nel 2008 è stata inserita da “Time Magazine” nella classifica delle 100 persone più influenti al mondo. Rizzoli ha pubblicato anche Giuro che non mi sposo (2011), Il cuore di tutte le cose (2014) e Big Magic (2015), La città delle ragazze (2019).

LA GRANDE MAGIA – Elizabeth Gilbert

La creatività non è che un istinto, un esperimento, e un mistero, quindi iniziate pure. Iniziate da qualsiasi parte. preferibilmente adesso.”

Se iniziate a leggere questo libro cercando risposta alla domanda: come posso diventare un artista di successo? Beh, non troverete qui la risposta. Vi dico questo perché, erroneamente fuorviata dall’accattivante titolo, mi ero creata un’aspettativa distorta del messaggio di questo libro. Il significato più profondo l’ho scoperto pagina dopo pagina e devo dire che la rivelazione è stata proprio in questo: non fornisce una ricetta assoluta su cosa si debba fare per essere dei creativi, avere successo o su come diventare artisti. Invita piuttosto a riflettere sul nostro personale approccio alla creatività.

Non esiste un’unico modo, un’unica via, ma ognuno può trovare dentro di sé, attraverso un percorso interiore, il proprio autentico modo per condurre una vita creativa. Come scrive l’autrice: ” ciò che è autentico sarà originale” e quindi potrà funzionare davvero rendendoci soddisfatti. Ma cosa intente quando parla di “condurre una vita creativa”? la creatività è un tesoro che appartiene ad ognuno di noi, c’è chi riesce a farla emergere e a condividerla e chi invece per diverse ragioni la conserva gelosamente dentro un forziere di cui non ricorda nemmeno dove possa aver messo la chiave. E’ una questione di coraggio: “avrai il coraggio di portare alla luce questa cosa? i tesori nascosti dentro di te sperano tu risponda sì.” Si tratta di avere il coraggio di portare alla luce ciò che di creativo è racchiuso dentro di noi e, badate bene, non stiamo parlando di una creatività che ci porti ad essere tutti dei grandi artisti di successo o a fare della nostra creatività e della nostra arte necessariamente un lavoro. L’autrice parla di quella creatività capace di infondere meraviglia alla nostra vita, che sia scrivere una poesia o anche solo un verso; imparare a pattinare; recuperare una passione del passato che credevamo dispersa tra le pieghe dei ricordi.

Molto spesso infatti si tende a soffocare questo istinto per diversi motivi: paura del giudizio degli altri, timore di fallire. Timore di riuscire. Gilbert sottolinea quanto sia importante per l’essere umano fare emergere quel qualcosa che sia capace di “allontanarci così tanto da noi stessi da farci dimenticare di mangiare, di fare pipì, di tagliare l’erba, di avere dei nemici, di coltivare le nostre insicurezze”. Seguire ciò che amiamo, fregandocene del “panino alla cacca” incluso nel pacchetto. Se amiamo qualcosa, ma per davvero dico, fino in fondo e ancora di più, ce ne freghiamo degli insuccessi, dei giudizi, dei fallimenti, anzi, per perseguirla dobbiamo essere consapevoli ed essere disposti ad accettare non solo la parte soddisfacente ma anche quella difficile e a volte anche mortificante. Perché è così. Funziona così, per tutte le cose. Per tutti. Scrive l’autrice: ” condurre una vita creativa significa questo: provare e riprovare anche se le cose non funzionano”. Soprattutto fare. Non tergiversare nascondendosi dietro a scuse che mascherano solo paura: “un buon piano energicamente messo in atto adesso è meglio di un piano perfetto messo in atto domani”. Quindi mai, aggiungo. Non aspettiamo di essere nel momento perfetto per cominciare una cosa: quando cioè tutti i pianeti saranno allineati, la casa sarà perfettamente in ordine, i figli saranno un po’ più grandi e arriverà la bella stagione. Tutte scuse. Fate. Fate e otterrete, misurando “il vostro valore con il metro della dedizione e non in base ai vostri successi o fallimenti”.

Dalla scrittura fluida, dallo stile personale e ironico la Gilbert non mi ha fornito degli esercizi da applicare, un elenco da spuntare o antidoti segreti, molto di più. Mi sono domandata se davvero la mia creatività fosse già emersa, se il mio piccolo tesoro creativo fosse già venuto alla luce o se c’era qualcosa di più autentico da cercare. Dopo aver letto questo libro ho cominciato a domandarmi cosa davvero mi piacesse a tal punto da riuscire a mangiare quel famoso “panino alla cacca” incluso nel pacchetto. Dopo qualche tempo ho aperto il mio blog. Ho ripreso a scrivere, passione che avevo fin da bambina ma che si era persa negli incastri della vita. Piccola cosa, certo. Benissimo. Lo scopo non è diventare la migliore scrittrice al mondo o la blogger più famosa. La grande magia è aver riscoperto un impulso vitale dentro di me, aver ripreso a fare cose per il solo piacere di farle, al di là di quello che è il mio lavoro. Qualcosa che mi tiene sveglia in alcune notti e mi fa alzare all’alba certe mattine. Quell’amore che mi fa scrivere oggi questa riflessione.

🖤

Titolo: Big Magic
Autore: Elizabeth Gilbert
Traduttore: M. Rinaldi
Casa Editrice: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
Anno di edizione: 2016
Genere: Saggio
Pagine: 230
Voto: 4,5/5

Elizabeth Gilbert: laureata alla New York University in scienze politiche è giornalista e autrice di racconti, romanzi e biografie. La sorella, Catherine Gilbert Murdock, è anch’essa scrittrice. Dopo il successo internazionale di Mangia prega ama – bestseller da milioni di copie – nel 2008 è stata inserita da “Time Magazine” nella classifica delle 100 persone più influenti al mondo. Rizzoli ha pubblicato anche Giuro che non mi sposo (2011), Il cuore di tutte le cose (2014) e Big Magic (2015), La città delle ragazze (2019).